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Curiosità
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19 settembre 2018
POLITICA
IL MINISTRO E LA SIGNORA LONGFELLOW
Il Ministro e la signora Longfellow

Il ministrino Di Maio dichiara: “Pretendo che Tria trovi i soldi. Un ministro serio deve trovare le risorse per gli Italiani che hanno bisogno:”

Devo ammettere che, fino ad oggi, ho sempre ritenuto il ministrino un incompetente capitato lì per una serie di incredibili circostanze, ma dopo questa illuminante presa di posizione devo finalmente ricredermi: questo ragazzo è un genio.

Anche io, come padre di famiglia, mi dibatto, nel mio piccolo, negli stessi problemi del Di Maio e, in particolare, in una cronica carenza di risorse. Per qualche inspiegabile motivo i soldi che mia moglie ed io guadagniamo, infatti, vengono inghiottiti, mese dopo mese, da un gorgo inesauribile di spese per mutuo, assicurazioni, bollette, benzina, scarpe e vestiti nuovi per i figli, iscrizioni al calcio e alla pallavolo, libri per la scuola e via dicendo. Alla fine certi acquisti, di cui pure ci sarebbe bisogno, vengono sempre rimandati a tempi migliori.

Questa volta, però, ho fatto come Di Maio. Sono andato da mia moglie e le ho detto a brutto muso: “Pretendo che tu trovi i soldi. Una moglie seria deve trovare le risorse per la famiglia che ha bisogno.”

Si è arrabbiata moltissimo. Mi ha detto che ne aveva abbastanza delle mie sciocchezze. Ha dato le dimissioni da moglie ed è tornata da sua madre.

All’inizio ne sono stato quasi felice. Sono andato subito a comprarmi una moto sportiva ed un orologio subacqueo.

Ora, però, i soldi nel conto corrente sono finiti. Il frigo è vuoto e non ho più soldi per fare la spesa. Sono andato in banca a chiedere un prestito, ma il direttore mi ha riso in faccia. Sono solo.

Spero che mia moglie torni. Forse lei saprebbe come tirarci fuori da questo impiccio.

A proposito: conoscete qualcuno interessato ad una Kawasaki Ninja di seconda mano? Nel caso citofonare Longfellow ore pasti.



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permalink | inviato da long fellow il 19/9/2018 alle 14:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 settembre 2018
SOCIETA'
RADICAL CHIC

Radical chic

In questo paese c'è stata, negli ultimi mesi, una esplosione di intolleranza contro gli stranieri di dimensioni tali che è un Miracolo che non sia scoppiato qualche progrom. C'è in Italia, però, un gruppo verso il quale è in corso una persecuzione ancora più violenta e spietata: i radical chic.

Mentre gli stranieri ed i migranti trovano ancora chi li accolga, li protegga o ne prenda le difese su qualche misconosciuto blog, non si trova un cane disposto a dire una parola in difesa di questo gruppuscolo, numericamente insignificante, ma accusato ormai di ogni nefandezza.

Chi sono dunque i radical chic di cui tanto male si parla? In sostanza sono un gruppo eterogeneo di persone, che vanno dallo studente universitario smidollato all'insegnante nevrotico, dal no global incallito all'ambientalista che difende le tartarughe, dal sedicente artista al borghese che, pur essendo vergognosamente abbiente, osa manifestare idee progressiste sfoggiando, allo stesso tempo, il rolex e la pashmina etnica.

Una manica di perdigiorno, insomma, accomunati, oltre che dal professarsi di sinistra, dal vizio all'accanita masturbazione mentale, dall'irrisolutezza confusa del pensiero e dall'abuso, oggi come oggi incomprensibile, della lettura di libri pallosissimi.

I membri di questa vil razza dannata, ad esempio, hanno votato in buon numero per il PD alle ultime elezioni, portandolo a prevalere in certi quartieri ricchi della capitale, tipo Parioli o Prati.

Per tutta gratitudine la classe dirigente del partito ha immediatamente elaborato una lucida analisi per cui la colpa della sconfitta era senz'altro loro, ossia degli unici che li avevano votati. Come hanno osato, costoro? Chi glielo ha chiesto?

Il prode Zingaretti, ad esempio, ha già detto che il partito, sotto la sua guida, non rappresenterà più le elite le quali, tra l'altro, portano una sfiga mortale. E che non venga a mente a qualcuno dell'elite di votarlo, che lo Zingaretti si incavolerebbe tantissimo.

Non so se sono un buon rappresentante dei radical chic. Non passo le mie serate a chiacchierare su una terrazza romana, ma se mi invitassero ci andrei. Vengo da una famiglia operaia, e non sono molto ricco, ma sono laureato, ho letto diversi libri pieni di parole difficili e, da ragazzo, una volta, ho comprato la maglietta del Che Guevara.

Credo, però, che proprio per la mia condizione di ibrido, potrei dare ai radical chic un buon consiglio: cambiate. Farvi accettare nella società di oggi dipende solo da voi.

Ad esempio: quando esprimete un pensiero non usate mai più di dieci parole e, se possibile, sbagliate qualche congiuntivo, così, a caso. 

Smettetela di fare i perfettini e ammettete che le barzellette sui finocchi fanno ridere. Raccontatene qualcuna anche voi, che vi costa? 

Se siete maschi, quando conoscete una donna, non state lì a pensarci su. Trombatela. Sì, avete letto bene. Trombatela, tanto è quello che vuole. 

E smettete di riciclare vetro, plastica, organico e altra monnezza. Basta. Buttate tutto nel mucchio, che poi qualcuno ci penserà. 

E, soprattutto, buttate via quei cavolo di libri, che fuori c'è una vita da vivere, razza di pipparoli.



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permalink | inviato da long fellow il 13/9/2018 alle 22:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 settembre 2018
BENGODI (FORSE)

Bengodi (forse)

Un po' di noiosissimi numeri.

A partire dal luglio del 2017 (quando c'era ancora il governo Gentiloni – Minniti) il numero degli sbarchi di migranti in Italia si è ridotto di circa il 50% rispetto all'anno precedente. Dal febbraio di quest'anno ed in ogni mese successivo, si è registrata una riduzione di sbarchi di circa l'80% rispetto all'anno precedente

Con l'entrata in carica del governo Conte (nel giugno del 2018) questa tendenza è stata sostanzialmente confermata. In agosto, in piena furia anti migranti, la riduzione degli sbarchi rispetto allo stesso mese del 2017 è stata di circa il 60%. In settembre, a tutto il 12, sembra ci siano stati solo 243 sbarchi, contro i 6282 del settembre 2017 (che, per un paese che è tra le prime sei o sette economie mondiali non è propriamente un'invasione).

Ciò che si può dire è, dunque, che il governo precedente aveva già ridotto il numero degli sbarchi dell'80% e che quello attuale lo ha ridotto di un ulteriore 10%.

A costo di farci fare, come paese, una figura barbina di dimensioni memorabili.

Ora, però, a Salvini si apre un problema. Gli sbarchi non ci sono più e c'è il rischio che molti si accorgano che la loro vita, intesa come possibilità per il presente e opportunità per il futuro, non è cambiata né in peggio, né in meglio e che qualcuno li ha presi in giro.

Ne consegue che, prima che la gente si svegli, bisogna trovare un altro ferro da battere, per nascondere dietro un nuovo annuncio il precedente fallimento. Una tecnica classica del populismo in tutti i tempi e a tutte le latitudini.

Peccato che, mentre dare addosso ai migranti non costava nulla (tranne l'onore) e garantiva un grosso dividendo politico, le altre promesse nelle quali la Lega si è impelagata in campagna elettorale costano quanto il Serchio ai Lucchesi, specie se confrontate con le magrissime finanze del nostro disgraziato paese.

Se poi si considerano anche i costi delle promesse fatte dai colleghi 5 Stelle, ecco che il conto diventa così esorbitante da essere palesemente insostenibile, a meno che Salvini e Di Maio non si mettano a stampare gli euro le notte, con le fotocopiatrici del ministero.

Ciò nonostante sia la Lega che i 5 Stelle continuano a promettere: si farà la riforma delle pensioni, si farà la flat tax, si farà il reddito di cittadinanza. Una specie di paese della cuccagna, dove non ci sono limiti alle possibilità, basta avere la fantasia e i soldi si troveranno.

Questa gente mi ricorda un mio amico che, ai tempi dell'università, raccontava ai genitori di aver superato esami ai quali neanche si presentava e si compilava il libretto da solo. Ad un certo punto i suoi erano convinti che gli mancassero due esami alla tesi, mentre due era il numero degli esami che aveva sostenuto in quattro anni.

Ne è uscito fingendo un esaurimento nervoso e una grave depressione. Non credo, però, che Salvini e Di Maio potranno usare questo stratagemma.

É più probabile che trovino un altro capro espiatorio (molto probabilmente l'Unione Europea, che è cattiva e ci impedisce di fare i debiti, oppure il povero Tria, che nel governo ha la funzione del vecchio rompiscatole). Oppure daranno l'uno la colpa all'altro e scioglieranno la società facendo volare gli stracci, ma ognuno contento, in cuor suo, di essere uscito dal pelago.

Di Maio ha già messo le mani avanti: o si fa il reddito di cittadinanza o si chiude baracca, ha dichiarato.

Intanto.


9 settembre 2018
POLITICA
UN MINISTRINO PER TUTTE LE STAGIONI

Un ministrino per tutte le stagioni.

Come era facile prevedere la conclusione della vicenda dell'ILVA di Taranto ha messo il ministrino Di Maio in qualche difficoltà. Il nostro, infatti, pur avendo portato a casa un accordo per molti versi buono, si trova ora a doversi giustificare con i Tarantini, ai quali il suo partito aveva promesso che la fabbrica sarebbe stata chiusa, ma che tutti avrebbero trovato lavoro nella bonifica, nella riconversione, nelle nuove imprese di green economy che sarebbero spuntate come funghi al posto dell'insostenibile acciaieria e che, forse, la terra avrebbe dato latte e miele.

Ora il giovane Luigino si trova a dover fare i conti con un altro problema, quasi altrettanto scottante, che è la TAP, ossia il nuovo gasdotto proveniente dall'Azerbaigian che dovrebbe emergere dal mare a Melendugno, che, per uno scherzo del destino cinico e baro, si trova a pochi chilometri da Taranto.

In proposito riporto le dichiarazioni del ministrino pubblicate da Repubblica, alle quali faccio seguire una mia traduzione dal politichese, lingua per la quale il Di Maio mostra una naturale ed eccellente propensione.

Dichiarazione originale:

Di Maio ha detto che "per ora, in questi giorni, non c'è un accordo tra M5S e Lega sul tema Tap. Questo è un governo inaspettato, che ha due forze politiche attorno a un contratto. E' chiaro che presto lo dovremmo trovare e lo potremmo trovare, come ha detto il presidente Conte, solo attraverso il dialogo con le associazioni locali, la città di Melendugno, il sindaco di Melendugno, le associazioni che rappresentano quella battaglia, la regione e tutti coloro che per anni ha studiato quel dossier. L'ottica è sempre quella di garantire l'ascolto delle comunità".

Traduzione:

Di Maio ha detto che “non so che pesci prendere, perchè, da quando sono al ministero ho avuto modo di parlare con gente che ci capisce davvero, invece che con certi guru mezzi matti che ho frequentato negli ultimi anni e ho capito che la TAP serve a questo paese come il pane. Ora sto escogitando, dato che sono furbino come un volpacchiotto, un modo per farla ingoiare a quelli di Melendugno e la cosa più semplice è dare la colpa alla Lega. In ogni modo, come ho fatto dire al presidente Conte, dovremo intortare i Melendugnesi con un po' di chiacchiere, magari promettendo alle associazioni locali, alla città di Melendugno, al sindaco e a chi altri abbia qualcosa da ridire, qualche compensazione, tanto per evitare che ci prendano a sassate. Alla fine ascolteremo la comunità, ma, come abbiamo fatto a Taranto, faremo come cavolo ci pare”.

7 settembre 2018
DI MAIO VS. DI MAIO

DI MAIO VS. DI MAIO

Giunge da Taranto la notizia della chiusura dell'accordo con Arcelor Mittal per il rilancio della produzione dell'acciaio.

Poiché vivo in una città dove è presente una grande acciaieria, che sta attraversando anch'essa anni di gravissima crisi e poiché metà dei miei amici e parenti (compresa mia moglie) lavorano nella siderurgia, sono particolarmente sensibile a questo tema e mi ha fatto piacere sapere che quelle diecimila e settecento famiglie di operai (non di milionari o possidenti terrieri) avranno un'altra possibilità e non si perderanno nella povertà e nella disperazione.

L'accordo firmato è stato, tra l'altro, migliorato rispetto a quello annunciato da Calenda ed offre, in cambio di un maggiore impegno economico dello Stato, garanzie più forti sul piano occupazionale e della tutela ambientale.

Un accordo, dunque, voluto da Renzi e Gentiloni, gestito da Calenda e migliorato da Di Maio, in sostanziale continuità.

Per una volta ci sarebbe da congratularsi con il nostro giovane Ministro delle Attività Produttive (il ministrino), se non fosse che il primo a prendere le distanze dall'accordo è lui stesso, sostenendo, in sostanza, di essere stato obbligato a firmarlo perchè la gara di vendita era illegittima (???) ma non si poteva anullare (???).

La verità, che però il nostro, come spesso gli capita, si guarda bene dal dire, è che la posizione del Movimento 5 Stelle, e, in particolare, di quello di Taranto, era favorevole alla chiusura della fabbrica e alla sua riconversione dell'intera area (da attuarsi chissà in quali tempi e con quali risorse) alla green economy.

Il ministrino, però, era perfettamente cosciente che questa soluzione era impraticabile, tanto che, sia in campagna elettorale che nel famoso contratto di governo, non ha mai parlato di chiusura, ma si è limitato ad una supercazzola in perfetto politichese. E, per una volta, va pure bene così.

Ora vorrei che quelli del Movimento che volevano la chiusura dicessero cosa pensano dell'accordo. Che si esprimano, che pubblichino sul blog delle stelle il loro pensiero.

Scommettiamo che non succederà?

E Beppe Grillo? 

Il nostro guru di fiducia, alcune settimane fa, si era espresso sull'argomento auspicando la riconversione dell'area sul modello della Ruhr, con i gasometri trasformati in piscine e le ciminiere in palestre per l'arrampicata.

Anche lui, soprattutto lui, dovrebbe dire che cosa pensa dell'accordo. Se lo ritiene un buon risultato o no. Invece sul suo blog il tema (al momento in cui scrivo) viene bellamente ignorato e si continua a parlare di massimi sistemi, come se il maestro e fondatore si fosse già bello e che stancato del giocattolo che ha costruito e messo in moto.

2 settembre 2018
POLITICA
RIECCOLI

Riéccoli

Dopo il risultato disastroso delle ultime elezioni, dopo che è nata l'alleanza tra Cinque stelle e Lega e, di conseguenza, un governo che è di gran lunga il peggiore che ci potesse capitare, avevo deciso di prendere la tessera del PD (o meglio di riprenderla, visto che in passato sono stato iscritto) fosse solo per non dovermi rimproverare, un giorno, di non aver fatto nulla nel momento in cui il mio paese rischiava la rovina, materiale e morale.

Per ora la tessera non l'ho presa e due eventi di questi giorni, uno di risonanza solo locale ed uno di cui si è letto sui giornali nazionali mi hanno ricordato il motivo per cui, alcuni anni fa, decisi di non rinnovarla.

La notizia locale è questa: nella mia città si organizza una (sempre più piccola) festa dell'Unità, che, nel mondo delle notizie in tempo reale e dei social network ha il sapore vagamente vintage di certi liquori che si offrivano una volta, tipo il Vov o il rosolio. Rientra, insomma, tra le buone cose di pessimo gusto come la gondola veneziana con le lucine e i centrini all'uncinetto. Quest'anno l'evento principale è una iniziativa (da quanto tempo non scrivevo questa parola) con l'onorevole Minniti.

In questo paese, da mesi, si va blaterando di una emergenza immigrazione, il che dà modo all'attuale Ministro degli Interni di sfoderare il manganello contro i migranti riscuotendo il plauso delle masse spaventate.

A quelle masse spaventate sarebbe bene che la sinistra raccontasse una storia diversa. Potrebbe provare, ad esempio, a raccontare la verità, ossia che non c'è alcuna emergenza, che dobbiamo distinguere i profughi dagli immigrati mossi da ragioni economiche, che l'immigrazione è, in una certa misura, necessaria ed utile alla nostra società e che per combattere i fenomeni criminali che ad essa sono legati, dal commercio abusivo al caporalato, dobbiamo governarla, ma che non possiamo arrestarla.

Ora: se c'è uno che questo non può farlo è l'onorevole Minniti, il quale, da Ministro dell'Interno, ha promosso non una politica dell'immigrazione, ma una politica contro l'immigrazione. Il nocciolo di tale politica era un accordo con la Libia per fermare i migranti prima che prendessero il mare sui barconi, il che è, in linea di principio, un'idea accettabile, se non fosse che la Libia non è più uno stato, ma una specie di terra di nessuno contesa tra due governi e da un numero imprecisato di milizie tribali, signori della guerra e bande criminali.

Il risultato è stato che i campi di raccolta sono sfuggiti ad ogni controllo del governo italiano e delle organizzazioni internazionali, diventando, secondo numerose testimonianze, una sorta di lager dove i migranti venivano imprigionati e torturati e le donne, in particolare, sistematicamente violentate.

Anche sorvolando sulle disastrose conseguenze umanitarie di queste scelte, esse hanno, tra l'altro, aperto la strada alle idee  e alle politiche razziste di Salvini.

Chi chiamare, dunque, a parlare alla gente, nel momento in cui l'immigrazione diventa un tema centrale nel dibattito politico? A chi affidare il compito di illustrare una visione del mondo, una prospettiva diverse da quelle che prevalgono attualmente?

Minniti, naturalmente.

L'altro evento che mi ha fatto dubitare della mia decisione di iscrivermi al PD (ma non rinunciare) è stata la dichiarazione rilasciata da Zingaretti, auto – candidatosi alla segreteria per un congresso che non si sa se e quando si farà, che non esclude (chissà cosa vuol dire) che il PD possa cambiare nome. Per chiamarsi come? Partito social democratico? Movimento sei stelle? Peppe?

Su questo non è necessaria alcuna riflessione. Basta immaginare Zingaretti che dice “Montalbano sono” e farsi una risata.


25 agosto 2018
POLITICA
I CATTIVI

I CATTIVI

A tutti, probabilmente, sarà capitato di vedere uno degli innumerevoli film che parlano della schiavitù, della segregazione razziale e del movimento dei diritti civili negli Stati Uniti, dell'apartheid in Sudafrica e, in generale, delle tante lotte che, nel corso della storia, i poveri, i derelitti e gli oppressi hanno dovuto sostenere per affermare i loro diritti e per migliorare la loro condizione.

Magari un giorno faranno un film sulla nave Diciotti e sui cento poveri Cristi (uso l'espressione in senso proprio) che vi hanno trovato la salvezza, e sul nostro governo che si rifiuta di farli sbarcare, trattando i marinai che li hanno salvati come dei fastidiosi rompiscatole che avrebbero fatto meglio a girare la prua e far finta di non vedere (sarebbe stato un crimine, ma pazienza).

In quel film Salvini, Di Maio e tutti quelli che la pensano come loro e che li sostengono faranno la parte dei cattivi, che, come si sa, al cinema sono sempre rappresentati come abietti e ottusi, oppure come opportunisti in malafede.

Molti, purtroppo, se ne fregano di ciò che la gente penserà di loro tra cinquanta anni, tanto, a quel tempo, saranno morti o vecchi come il cucco. Coloro ai quali interessa farebbero bene a riflettere, prima di sostenere certa gente e certe idee. Un giorno voi sarete i cattivi. Un giorno la gente vi odierà, come succede a tutti coloro che seminano odio.

Se invece volete persistere nel vostro atteggiamento, risparmiateci almeno l'ipocrisia e la prossima volta che passano alla televisione un film sulle sacrosante lotte degli deboli contro i forti, degli inermi contro i prepotenti, degli oppresi contro gli oppressori, fate il tifo per gli oppressori.

Oppure cambiate canale.

17 agosto 2018
POLITICA
LONGFELLOW E LA VARICELLA
Longfellow e la varicella

Su questa storia dei vaccini, che sarebbe incredibile se non fosse vera, vorrei raccontare un breve episodio che mi riguarda personalmente e che, forse, può essere utile a qualcuno.

Quando nacque mia figlia le facemmo fare tutti i vaccini obbligatori. Tra questi, all'epoca (si parla del 2007) non c'era il vaccino contro la varicella. Mia moglie ed io, entrambi convinti sostenitori dell'importanza dei vaccini, pensammo che quello contro la varicella, poiché non era obbligatorio, non fosse neanche necessario. A sostenerci in questa convinzione contribuiva il fatto che entrambi avevamo avuto la varicella da piccoli e l'avevamo superata senza particolari traumi. Come molti altri, insomma, pensavamo che la varicella fosse una malattia poco pericolosa e che, forse, non valeva la pena di vaccinare la bambina contro di essa.

Purtroppo sbagliavamo.

Durante il primo anno di asilo mia figlia, come era facile immaginare, si prese la varicella alla prima epidemia che si diffuse nelle scuole. All'inizio sembrava che il decorso fosse normale: un po' di febbriciattola, qualche crosticina. Il pediatra ci disse, semplicememte, di tenerla al caldo e di aspettare che passasse, trattando semmai la febbre con un antipiretico per bambini. Dopo alcuni giorni, però, la situazione peggiorò. La febbre salì sopra i 38 gradi e le crosticine, invece di guarire, presero ad allargarsi divenendo, in alcuni casi, delle vere e proprie piaghe. Ricordo, con particolare orrore, due di queste piaghe, estese e simmetriche, che si presentarono nella zona del pube, vicine ai genitali.

A quel punto, ovviamente, richiamammo il pediatra, che prescrisse un antivirale. Il risultato fu che la mia bambina passò una settimana in uno stato di grande sofferenza, quasi senza mangiare e con la febbre, mentre i suoi improvvidi genitori si disperavano per il fatto di non averla fatta vaccinare.

Il dottore ci disse che la varicella si presenta raramente in una forma così aggressiva e che nostra figlia aveva avuto sfortuna.

Da quest'anno il vaccino contro la varicella è obbligatorio per i nuovi nati, ma coloro che non l'hanno ancora fatto e non hanno avuto la malattia possono vaccinarsi, risparmiandosi, se va bene, qualche giorno di letto che potrebbe essere più proficuamente utilizzato per cose più utili e divertenti e, se va male, una brutta settimana di patimenti e una lunga convalescenza come quelle toccate a mia figlia.

In ogni caso date retta ai medici e lasciate perdere i ciarlatani che blaterano su internet. Su questa roba non si scherza. Mi raccomando.


14 agosto 2018
POLITICA
Colpa di tutti

COLPA DI TUTTI

Mentre scorrono in televisione le immagini del ponte crollato a Genova, mentre si contano le vittime, si viene a sapere che il pericolo era noto da diversi anni e questo rende ancora più inaccettabile quello che è accaduto.

I nostri politici, intanto, hanno già cominciato a darsi la colpa l'uno con l'altro, preceduti ed imitati dagli odiatori di professione dei social network.

Ha cominciato Salvini, dando la colpa all'Europa (e ti pareva) che ci impedisce di indebitarci per fare le infrastrutture. Verrebbe da dire che gli altri paesi dell'Unione rispettano le nostre stesse regole, che quelli più forti li rispettano di più e che, forse, sarebbe l'ora di provare ad imitarli, invece di piangere tutte le volte perchè mamma Germania è tanto cattiva.

Poi ci si sono messi quelli della sinistra, che hanno dichiarato che la colpa è del Movimento 5 Stelle e di Grillo, che hanno sostenuto i comitati contrari alla costruzione della cosiddetta Gronda, che pare sia una bretella destinata ad alleggerire il traffico proprio sul ponte Morandi. Ora sarà vero che il Movimento sosteneva che questa Gronda fosse un'opera inutile e che gli allarmi sulla tenuta del ponte Morandi erano solo scuse dei politici ladri per costruirla, ma è anche vero che al governo si sono succeduti nel tempo governi di ogni colore e orientamento, dei quali il M5S non faceva parte e che nessuno ha fatto niente per risolvere il problema.

Personalmente credo che sia colpa di tutti; di coloro che dovevano fare le manutenzioni e, evidentemente, le hanno fatte male; dei politici ad ogni livello che, avvertiti del pericolo, non hanno preso le decisioni necessarie, magari per non perdere i voti di qualche comitato; dei cittadini che, invece di credere ai tecnici e agli esperti sulla necessità di un nuovo ponte, si sono fidati di qualche guru mezzo matto; di tutti noi, che, elezione dopo elezione, abbiamo mandato al governo del paese, delle regioni e delle città gente sempre più incompetente oppure, semplicemente, abbiamo smesso di impegnarci per migliorare le cose, pensando che fosse inutile.

Qualcuno, ovviamente, avrà anche delle responsabilità penali e i giudici, si spera, le accerteranno, ma tutti noi condividiamo la responsabilità morale di quello che è accaduto e dovremmo, tutti quanti, vergognarci.

13 agosto 2018
POLITICA
PRIMA LE DONNE E I BAMBINI

PRIMA LE DONNE E I BAMBINI

Continua la lotta del nostro prode governo contro gli immigrati e le ONG che, accogliendoli a bordo delle proprie navi, salvano loro la vita. Ora: salvare vite umane è un'attività generalmente ritenuta meritoria, ma questa gente viene trattata dal nostro governo come un branco di criminali. Salvare vite umane è diventato un crimine.

Ciò accade con l'approvazione di un'opinione pubblica che esprime commenti entusiasti sui social network, plaudendo alla durezza spietata con cui il Ministro dell'Interno affronta il problema dei migranti.

Anche questo è segno della diffusione di un'ideologia, che è nei fatti razzista e che si nutre di violenza verbale nei confronti degli immigrati, fino al punto da considerare con soddisfazione le sofferenze che vengono loro inflitte.

Non è un problema da poco, per questo credo che valga la pena spenderci qualche parola.

A bordo della Aquarius e dele altre navi delle ONG trovano rifugio bambini piccoli e donne incinte. Ora, chiunque abbia passato qualche ora in un traghetto passeggeri sovraffollato (magari senza aria condizionata, come è successo a me) può farsi una pallida idea di quale sofferenza possa essere, per un bambino piccolo o per una donna incinta, restare su una nave, inadatta al trasporto di passeggeri per una settimana o più.

Sia ben chiaro: capisco che si richieda un aiuto agli altri paesi europei, anche se non è vero che non fanno niente: la Germania nel 2017 ha dato protezione a 325.370 profughi - leggasi trecentoventicinquemila; sempre nel 2017 l'Italia era terza nell'Unione Europea avendo dato protezione a circa un decimo dei profughi accolti dalla Germania.

Capisco anche coloro che chiedono politiche dell'immigrazione più efficienti e ordinate o, perfino, più restrittive.

Capisco tutto, ma non riesco a capire quelli che, di fronte alla decisione di lasciare donne incinte e bambini in alto mare esultano come se fosse una vittoria.

É moralismo? Sono considerazioni retoriche?

Sarà, ma preferisco essere moralista e retorico che accettare supinamente la sofferenza di donne e bambini. Sarò un po' all'antica, ma sono fatto così.

E poi: se a bordi di quelle navi ci fossero le nostre mogli o i nostri figli? Se al posto loro ci fossimo noi?


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permalink | inviato da long fellow il 13/8/2018 alle 20:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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