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Curiosità
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18 agosto 2016
CULTURA
liberté egalité nudité
Liberté Egalité Nudité

Il Primo Ministro francese Valls ha dichiarato che il cosiddetto burkini (di fatto una specie di tutina da mare con il cappuccio che fa caldo solo a vedersi) è contrario ai principi della Repubblica Francese e dell'occidente intero. Nella scia di lui (socialista) si sono gettati tutti i piranha della destra europea, non ultimi quelli di casa nostra, che si sono scoperti, tittidintratto, sostenitori del costume a due pezzi e, vivaddio, pure del topless, pur di buttare benzina sul fuoco, già pericolosamente caldo, dei rapporti con gli immigrati. 
Personalmente mi chiedo a quali valori si riferisse monsieur Valls e quali siano i criteri secondo i quali si debba scegliere il costume da bagno per essere in linea con essi. 
Ad esempio: il tanga brasileiro con il filo nel sedere è in linea con i principi che reggono la quinta repubblica? E il costume intero? E, passando alla moda maschile, il mankini alla Borat può andare bene?
Dicono che il burkini è il simbolo della sottomissione delle donne musulmane, ma è proprio inconcepibile che almeno alcune, magari poche, delle donne che lo portano lo facciano di loro spontanea volontà, o comunque che acconsentano a portarlo senza essere costrette con la forza? 
E, soprattutto, siamo sicuri che, dal momento che lo vietiamo, i mariti e i padri buzzurri acconsentano a farle passare al tanga? 
Inoltre: se un tizio picchia la moglie per costringerla a mettersi il burkini il problema non è il burkini, ma il tizio, il quale, ovviamente, dovrebbe essere punito secondo le leggi che già ci sono, senza bisogno di inventarne altre sui costumi da bagno. 
Che il problema dell'integrazione delle donne musulmane e della loro libertà esista è evidente e perfino ovvio. Esiste tanto di più (obiter dictum) in un paese come il nostro, dove si è ancora lontani dal garantire  una vera eguaglianza (e di conseguenza una vera libertà) perfino alle donne italiane.
Credo, però che,  ancora una volta, il problema si risolva con il dialogo ed il confronto, più che con i divieti e le chiusure. Il processo di integrazione degli immigrati non consiste nell'imporre loro gli aspetti materiali del nostro modo di vivere (come i vestiti da indossare o non indossare), ma nel portarli a condividere i nostri valori politici, senza dimenticare che alcuni di essi (come l'eguaglianza di diritti tra uomini e donne, o tra eterosessuali e omosessuali)  non sono stati facili da acquisire neanche per noi. 
Ne frattempo eviterei, se fosse per me, tutti quegli atteggiamenti che possano inutilmente allargare le differenze o renderle più evidenti. Buon fine estate a tutti e buon bagno, che portiate il tanga o il burkini. 





permalink | inviato da long fellow il 18/8/2016 alle 21:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 luglio 2016
POLITICA
L'ODIO

L'ODIO

L’ondata di attentati che ha colpito la Francia e la Germania nelle ultime settimane meriterebbe, da parte di una classe politica responsabile, un’analisi attenta e spassionata.

Molti politici, invece e in particolare quelli della destra becera che sta tentando di distruggere l’Unione Europea per meri interessi di parte, se non direttamente personali (i Boris Johnson, le Marine Le Pen e perfino, si parva licet componere magnis, i Matteo Salvini) tendono a legare il problema del terrorismo all’ondata di profughi dalla Siria e dai paesi del Maghreb confondendo, a mio parere, le cause con le conseguenze e le vittime con i carnefici.

La cosa più spaventosa dei terroristi che hanno colpito in questi mesi a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Rouen, a Monaco è che non vengono da fuori. Non si sono infiltrati attraverso i confini confondendosi con la massa dei profughi. Sono nati o cresciuti qui da noi, nel quartiere accanto al nostro; sono figli di gente che lavora nei nostri cantieri, che guida i nostri tir, che fa le pulizie nel supermarket sotto casa. In Siria, semmai, ci sono andati e poi sono tornati, con la determinazione a morire per la loro causa e, soprattutto, ad ammazzare quanti più di noi gli è possibile.

In un certo senso a colpirci sono coloro con i quali l’Europa è stata più generosa. Nei nostri paesi le famiglie di questi ragazzini sanguinari hanno trovato lavoro, assistenza sanitaria, scuole pubbliche, magari una casa popolare e una pensione.

Si tratta dunque di ingratitudine? Di mera grettezza? Personalmente credo di no. Se vogliamo capire cosa scatena l’odio di quei ragazzini, cosa li spinge ad entrare in una chiesa con un coltello e ad ammazzare un povero vecchio, dobbiamo tentare di immedesimarsi in loro, cercare di comprendere quale sia stata la loro condizione esistenziale.

I loro padri hanno trovato lavoro, ma quale lavoro? Non si dice che gli immigrati vengono a fare i lavori più umili, quelli che gli italiani, gli inglesi, i tedeschi non vogliono o non sanno più fare? Non è già questo, di fatto, un pregiudizio, una discriminazione che pesa sui figli, più che sui padri?

Questi ragazzi sono andati a scuola, ma quanti di loro sono stati aiutati a superare il gap linguistico, quanti di loro hanno trovato qualcuno che li aiutasse a fare i compiti in una lingua e in un alfabeto che le loro madri ed i loro padri non conoscono bene?

Quanti di questi ragazzi si sono integrati con i loro coetanei europei, hanno avuto la possibilità di conoscere le loro famiglie, di essere accolti nelle loro case?

Dopo che ci siamo poste queste domande (e dopo aver risposto onestamente) proviamo a farci queste altre.

Quanti di questi ragazzi si sono ritrovati a vivere in quartieri ghetto, grazie ai quali noi rimaniamo noi e loro rimangono loro?

Quanti di loro si sono ritrovati in scuole ghetto, nelle quali i figli degli europei non vogliono andare proprio perché ci sono gli immigrati?

Quanti di loro hanno dovuto accorgersi degli sguardi imbarazzati o irridenti che le mamme in gonna e jeans dei compagni di scuola europei rivolgono alle loro mamme, vestite con il chador e il vestito tradizionale.

Quanti di questi ragazzini si sono ritrovati a fare parte di un branchetto di loro coetanei della stessa lingua, della stessa religione.

Non ci si dovrebbe meravigliare del loro odio, perché questo nasce dalla confusione, dal non sentirsi né carne né pesce, dal non essere più arabi senza per questo essere europei, dal sentirsi ospiti indesiderati nel paese del quale abbiamo la cittadinanza.

Questa integrazione a metà, questa incertezza nella propria identità, questo sentirsi formalmente accettati, ma intimamente respinti è il brodo di coltura ideale della rabbia e dell’odio e nessun odio ha la stessa forza di quello che si prova contro i propri benefattori, se costoro ci fanno pesare la loro generosità, se non uniscono ad essa il rispetto. 

Si tratta, dunque di capire in quale lingua si esprimerà questa rabbia. Nella lingua acquisita o in quella di origine? Si mette su un gruppo di gangsta rap o una cellula terroristica?

Si dovrebbe avere il coraggio di dire che questi mostri (perché nessuna delle considerazioni suddette li scagiona da una virgola della loro personale responsabilità, della loro colpa, che è nera come l’abisso) non sono frutto delle nostre politiche dell’integrazione, ma del loro sostanziale fallimento o, ad essere generosi, del loro successo parziale ed insufficiente.

Questi terroristi non li si batte minacciando di rimandare tutti al paese loro (quale paese, se sono nati qui? a fare che, se qui c’è la loro famiglia? sulla base di quale principio di diritto , se è vero che il rispetto del diritto, perfino di quello formale, è ciò che fa di noi occidentali ciò che siamo?).

Questi terroristi li si combatte togliendo loro l’acqua avvelenata nella quale nuotano, garantendo agli immigrati una eguaglianza sostanziale e non solo formale, imparando a vivere con loro e non solo accanto a loro. In questo senso serve uno sforzo collettivo che non può essere solo delle istituzioni, ma che deve avvenire nelle famiglie, nelle associazioni sportive, nei partiti politici. È impopolare, come potrebbe esserlo questo post, casomai qualcuno lo leggesse, ma necessario. Rispondere all’odio con l’odio è molto più facile, ma significa fare un favore a chi questi poveri mostri li confonde, li strumentalizza e li comanda.


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permalink | inviato da long fellow il 27/7/2016 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
29 giugno 2016
cinema
BUD
Caro Bud. 

Il primo film che ricordo di aver visto al cinema è Banana Joe. L'ho visto due volte nello stesso pomeriggio, ridendo come solo un bambino può fare. Poi ho visto Trinità e ne sono rimasto folgorato. Che coppia che eravate tu e Terence: l'omone forzuto ed il piccoletto astuto, entrambi buoni come il pane, sempre disposti a dare una mano e a battersi per una giusta causa, anche se di mestiere fanno i furfanti o i ladri di bestiame. Con i vostri film io e mio fratello ci siamo cresciuti, li abbiamo visti e rivisti fino ad impararli a memoria.
Nei vostri film non c'era volgarità (nonostante i rutti da padella di fagioli) e non c'era violenza (nonostante le scazzottate). Erano film semplici, nei quali i buoni vincevano sempre ed i cattivi erano non solo sconfitti, ma anche umiliati e svergognati a forza di sganassoni. 
Che dolore è stato, Bud, scoprire che nella vita non sempre vincono i buoni, che a volte (spesso) sono i cattivi a picchiare più forte. E che peccato non avere per amico un gigante buono che ti guarda le spalle, che neutralizza i prepotenti, i disonesti ed i maleducati con un bel cazzotto in testa, assestato dall'alto verso il basso, come li davi tu. 
Faccio parte di una generazione che ha visto tanta (troppa) televisione e mi accorgo di quanto sono invecchiato quando vedo invecchiare e morire i personaggi che in televisione sembravano sempre uguali, come se dovessero durare per sempre. Ora che tu, eroe della mia infanzia, non ci sei più, mi accorgo di quanto tempo sia passato da quel pomeriggio lontano, il cui mio padre mi condusse a vedere Banana Joe. 
Mio padre un po' ti assomiglia. Da giovane era anche lui un omone barbuto con una forza erculea. Ora anche lui sta invecchiando e non sta più bene come un tempo.
Addio, Bud e grazie. Noi restiamo qui ad affrontare gli eventi, con l'unico rimpianto di non avere il tuo pugno per poter prendere i cattivi a sganassoni. 




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6 dicembre 2014
Walter for President
WALTER FOR PRESIDENT

Negli ultimi giorni una notizia fantastica aveva rallegrato l'altrimenti agghiacciante panorama della politica nostrana: mi riferisco alla ventilata possibilità che al colle ascendesse nientemeno che il padre fondatore (no, è troppo: facciamo zio fondatore) del PD, il grandissimo Walter Veltroni.
Personalmente, come cittadino della Repubblica, ne sarei stato felice, non per altro, ma perchè rispetto ad altri politici seriosi che, con tulla la loro burbanza, da decenni non ne imbroccano una, il nostro ha almeno un pregio: fa schiantare da ridere.
Si ricorda, della sua avventura di dirigente della sinistra italiana, il modo in cui due volte, prima da segretario dei DS impegnato a sostenere l'ineffabile Rutelli, poi come candidato in prima persona, sia stato malmenato da Berlusconi. Si ricorda come, forse in un momento di scarsa lucidità, si sia impegnato, una volta conclusa la carriera politica, a ritirarsi in Africa (non s'è mai capito a fare che: agli africani gli manca giusto Veltroni e poi stanno a posto). Si ricordano, infine, la sua smodata ammirazione per i Kennedy (sostiene le teorie complottiste alla Oliver Stone) e la sua ingiustamente poco valorizzata vena di romanziere.
Egli nutre, come è noto lippis e tonsoribus, la passione del cinematografo ed è un cineasta mancato se mai ve ne furono. La politica fu per lui un ripiego, come s'è poi veduto dai risultati.
Si capisce, dunque, come la sua vicenda appartenga, più che alla storia politica, a quelle della settima arte e, più in particolare, al popolare genere della slapstick comedy.
Per questo sarei stato felice di vederlo Presidente: Veltroni è il tipo che, spinto da un improvvido cameriere, rovescia l'aranciata nello scollo generoso della cancelliera; è quello che mette un piede sullo strascico dell'anziana sovrana lasciandola in mutande; è quello che fa notare allo statista africano che capelli assurdi abbia la vecchia babbiona presente al ricevimento, ignorando che si tratta della moglie.
Io, nel mio piccolo, voto per lui e auspico che quando si permetterà al povero Napolitano di godere della meritata pensione (e sarebbe ora, prima che faccia la fine di Cernenko) sia lui, Walter Kennedy Veltroni, a salire al Quirinale, possibilmnte inciampando mentre saluta i corazzieri.


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2 aprile 2013
politica interna
Supersaggi
Dai dai ce l'hanno fatta. Ci si sono messi tanto d'impegno che, quasi quasi, viene voglia di fare il tifo per loro. Rovinare un paese intero non è facile, badate bene. Si trovano parecchie resistenze. C'è perfino chi, pensa un po', non vorrebbe farsi rovinare, ma questa gente ha superato brillantemente ogni ostacolo. La nostra classe dirigente (limitarsi a parlare della classe politica, in un mondo dove la politica è sostanzialmente un esercizio fine a sé stesso e tutti dicono sostanzialmente le stesse cose, è riduttivo e perfino ridicolo) è riuscita a fare tabula rasa della Repubblica fondata sul lavoro e a mandare tutto a carte e quarantotto. Da una parte ci sta bene, perché li abbiamo lasciati fare per vent'anni, pensando, per l'appunto, che facessero poco di bene, ma anche poco di male e che mica valeva la pena di prenderli sul serio. Dall'altra dispiace, non tanto e non solo perché ora è un lavorone per davvero, ma soprattutto perché c'è tanta brava gente che a quelle poche parole scritte (col sangue, tra l'altro) nella nostra Costituzione, ci ha creduto davvero. 
Bravi bischeri. 
Va detto che questa gente è partita da una buona base. Il paese era già messo male di suo, dopo gli anni settanta e ottanta che abbiamo vissuto, ma coloro che, con un misto di malafede, protervia e semplice cretineria hanno spappolato le nostre ultime rovine senza lasciare pietra su pietra ci hanno portato a rimpiangere, non dico i Moro, i Nenni e i Berlinguer ma perfino i gerarchi del tardo pentapartito. 
Bel mi' Craxi; bel mi' Andreotti. 
Chiusura sull'attualità. Il Governo dei Tecnici ha mandato diversa gente che prima se la passava così e così a fare la fila con la gamella in mano per la minestra di fagioli. Ora sotto con i Dieci Saggi. 
Mi sta bene. Ho solo alcune domande da porre. La prima è: chi ha stabilito che sono davvero saggi? Chi gli ha fatto l'esame? Il test era affidabile e probante o, come al solito, siamo andati un po' così, a simpatia?
La seconda domanda è? Se davvero sono saggi, come mai non li abbiamo chiamati prima? Che aspettavamo, il tram? 
La terza domanda è: dopo i tecnici e i saggi, c'è dietro qualche altra riserva, tipo i supersaggi o i supertecnici e, nel caso, non si potrebbe chiamare direttamente loro, così, tanto per abbreviare l'agonia?




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2 aprile 2010
POLITICA
Cencio e Straccio

Pur se mi ripugna parlare direttamente di politica (sono tra quelli che non sono andati a votare ed è la prima volta in vita mia che mi capita) mi sembra molto interessante ciò che succede in queste ore nel PD.
Il partito, di fatto, è una specie di zombie politico, ostaggio di una classe dirigente sclerotizzata che non ha più altra funzione se non quella di detenere le posizioni chiave che gli consentono di gestire la cooptazione nei vari ruoli istituzionali e di partito. Ovviamente le vecchie cariatidi scelgono i dirigenti sulla base di un solo criterio: possono essere intelligenti o stupidi, brutti o belli, biondi o mori, purchè non si sognino mai di mettere in discussione la loro posizione. Quanto a loro consumano il tempo (il nostro, ovviamente) in una lotta interna continua e sorda, che vista da fuori sembra, ormai, la loro unica reale preoccupazione, attendendo l'uno la prossima sconfitta dell'altro (sconfitta che, per altro, non tarda a venire). Ho letto alcuni articoli nei quali il redivivo Walter rimprovera il malcapitato Bersani di non aver ammesso la sconfitta (per altro terribile, devastante) subita alle ultime regionali. Sembra aver dimenticato che è proprio in seguito alla sconfitta alle regionali della Sardegna che  gli toccò decidersi ad abbandonare l'impari lotta, dopo aver rimediato da Berlusconi una sarabanda di schiaffi ed avergli, en passant, regalato la più ampia maggioranza ed il più vasto consenso di cui abbia mai goduto. Dalle parti mie si direbbe che è Cencio che parla male di Straccio.

Non ne capisco molto, lo ripeto, ma mi pare evidente che il problema non è politico (come si diceva un tempo), ma personale. Questi signori, che si contendono le spoglie della sinistra italiana, non sono credibili e tutto il resto (programmi, alleanze, definizione di un'identità politica) è, in queste condizioni, irrilevante.
Se un pugile ha un record di tre vittorie (di cui due risalgono a quindici anni fa ed ottenuta ai punti con stretto margine) e quaranta sconfitte, di cui molte prima del limite, chi mai scommetterebbe su di lui? Chi mai gli darebbe fiducia?


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3 giugno 2009
Sazi ed infelici
 I nostri padri antichi vivevano in un mondo di terra, di legno e di ferro. La loro vita era aspra e logora come i loro attrezzi. Dentro di loro c’era un’arcaica rassegnazione, che si esprimeva in forma di fatalismo, di superstizione. Subivano le ingiustizie, l’oltraggio dei ricchi e dei potenti, con il cappello in mano e spesso erano costretti a baciare la mano che li derubava.

Il sentimento di riscatto, di rivolta e perfino di vendetta che albergava dentro molti di loro era giusto, anzi era sacrosanto si espresse nelle lotte contadine e bracciantili dell’inizio del secolo. Poi i contadini divennero operai, divennero proletariato o sottoproletariato urbano e le loro lotte e la loro sete di giustizia si persero, da una parte nel fallimento dei sistemi marxisti e delle loro emanazioni, sindacali e politiche, dall’altra nel trionfo incontrastato del liberismo, del mercato e del consumismo come ideologia e pensiero unici ed incontrastati. Il risultato di questi grandi movimenti storici, che hanno segnato l’ultimo secolo, ha portato alla società nella quale viviamo, allo stesso tempo disgregata ed omologata, edonista e ipermaterialista.

Mi chiedo, allora, se mio nonno, morto tanti anni fa dopo una vita di fatiche, avrebbe approvato, di fronte alla propria miseria, lo scialo, lo spreco decerebrato al quale siamo continuamente spinti e del quale ci rendiamo quotinianamente complici.

Mi chiedo se, da uomo di bosco qual’era, avrebbe compreso un mondo nel quale i bambini passano più tempo di fronte alla televisione o al computer che all’aria aperta, e molti di loro non hanno mai toccato un cavallo e non hanno mai visto un riccio o una volpe e non hanno idea del fatto che ci sono delle stagioni, ciascuna con i suoi frutti ed i suoi ritmi.

Mi chiedo se mia nonna, che andò a sfilare perchè altre donne potessero avere il divorzio e l’aborto, approverebbe lo spreco di sè stesse, la vera e propria autodistruzione fisica e psicologica alla quale si sottopongono le ragazzine di oggi, influenzate da modelli orrendi di bellezza e di comportamento, che vogliono le donne portatrici, di una sessualità aggressiva nell’apparenza e tremendamente passiva nella sostanza, oggetto di un vero e proprio processo di autoriduzione in schiavitù.

Mi chiedo se i miei nonni avrebbero accettato di buon grado la nostra resa di fronte alle ingiustizie sostanziali del sistema nel quale viviamo. Il modo nel quale ciascuno di noi, e prima di tutto i più colti e preparati tra noi, hanno accettato, passivamente, di portare la catena in cambio di una vita appena un po’ più comoda e di un benessere che è solo apparenza, che ci ha reso più sazi senza renderci più felici. (To be continued)

27 maggio 2009
il tempo
 

Nel lavoro che faccio mi capita spesso di avere a che fare con persone che esercitano ruoli di dirigenza o di organizzazione nelle aziende alle quali appartengono (letteralmente). Non sono proprio i padroni, ma i direttori di produzione, i responsabili qualità, i direttori del personale ecc...In una parola quelli che esercitano, a vario titolo la parte del cane lupo, schiavo quanto le pecore che guarda, ma grato al padrone del ruolo di prominenza che gli viene riconosciuto (io ho una bella cuccia calda tutta per me, un osso polposo e qualche crocchetta, mica come queste pecoracce...pace per il collare e la catena, che sono, anzi, i simboli della responsabilità)

Di questa particolare categoria canno parte personaggi di ogni età e origine, accumunati, però, da una caratteristica comune: lavorano un casino.

Oddio: lavorano se stare a computer dieci ore al giorno a fare tabelle excel e scrivere relazioni vuol dire lavorare. In ogni caso tutti accumulano ore e ore di straordinario, spesso non pagato, ed hanno settimane e settimane di ferie arretrate, a prova tangibile di stacanovismo e aziendalismo.

La conversazione con queste persone si svolge secondo standard codificati, come le mosse del teatro No.

- Come va?

- Ma, cosa vuoi, sempre al lavoro.

- Eh, si, anche noi sempre di corsa.

- Qui da noi è una tragedia. La scorsa settimana abbiamo avuto l’inventario. Venerdì abbiamo fatto mezzanotte in ufficio.

- Anche io entro la mattina alle sette e non so mai a che ore esco.

Tutte queste cose vengono dette, in apparenza, lamentandosene, ma in realtà vantandosi di fare un lavoro che non ti lascia requie in modo da far intendere all’interlocutore:

  • primo: che sono loro quelli che tengono in piedi la baracca e che tutte le responsabilità, le rogne e i lavori più ingrati toccano a loro e solo a loro;
  • secondo: che sono loro gli uomini di fiducia del grande capo, il quale (questo è un sottinteso del sottinteso) senza di loro non sarebbe buono neanche a scrollarsi il pisello
  • terzo: che loro sono tipi tosti, che lavorano sempre sotto pressione e non si tirano indietro di fronte a niente, di quelli che vengono chiamati quando il gioco si fa duro e che partecipano alle riunioni dove si prendono le decisioni che contano.

Questa gente, in generale, potrebbe benissimo andare a casa un’ora prima, stare con i figli o con la moglie, e non cambierebbe nulla, neanche per la loro azienda, e invece si sente perduta se per caso ci si dimentica di invitarli alla riunione straordinaria sul budget mensile.

E torna al lavoro il sabato mattina, per terminare in tempo la revisione del manuale della qualità, mentre fuori splende il sole e il suo tempo scorre via, irripetibile e sprecato.




permalink | inviato da long fellow il 27/5/2009 alle 11:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 maggio 2009
POLITICA
Punti di vista
 

Per comprendere come la nostra visione del mondo e di noi stessi sia distorta basterebbe, via via, cambiare la nostra prospettiva abituale.

Qualche giorno fa stavo a pranzo con due amici. Entrambi sono ingegneri, sebbene in diversi campi. Stavamo parlando di bisogni indotti e di tecnologia, della sua utilità o inutilità e, ad un certo punto, uno di loro porta come esempio la diffusione dei televisori a cristalli liquidi, che, oggi come oggi, si vedono molto peggio di quelli tradizionali a tubo catodico, ma che ci costringeranno a comprare, perchè tra poco tutto passerà sul digitale e ci serviranno TV predisposte, perchè se non hai in casa un televisore ultrapiatto non sei un fico ecc...

Tutto molto giusto. Ho voluto, però, fargli notare che il problema vero non è se ho un televisore a cristalli liquidi o a tubo catodico, MA QUELLO CHE CI VIENE TRAMESSO. E, ovviamente, quello che ci viene trasmesso è, con rarissime eccezioni, uno schifo disumano, teso unicamente a diffondere e perpetuare un gusto aberrante e omologato e ad anestetizzare la gente, oltre che, ci mancherebbe, a disinformarla e a raccontarle bugie.

Il problema non è se devo comprare un’automobile a benzina o ibrida (ci sono studi secondo i quali produrre un’ibrida comporta più danni ambientali dei benefici che se ne ottengono). Il problema vero è: PERCHE’ MI SPOSTO?

Conosco gente che tutte le domeniche prende la macchina e si fa cinquanta o cento chilometri per andare a vedere (esattamente, solo a vedere) un supermercato, un outlet o un negozio di mobili orribili e, per lo più, non deve comprare non dico qualcosa che gli serva (quante delle cose che abbiamo ci servono?) ma neanche qualcosa che non gli serva.

Il problema non è se mi serve veramente un telefono portatile,il problema vero è: CHI DEVO DAVVERO CHIAMARE E PERCHE’? Mi servono davvero 500 messaggi gratuiti? Devo davvero chiamare mia zia tre volte al giorno? E’ così indispensabile che chiami quel mio caro amico che non vedo da tanto tempo, rischiando, oltretutto, di rompergli i coglioni?

E a cosa mi serve la TV sul cellulare? chi diavolo si metterebbe mai a guardare la TV sul cellulare? Dove la guardo? Dal dentista?

Ci sono persone che conosco che cambiano il computer due volte l’anno, perchè vogliono avere la macchina superveloce, compatta e con lo schermo ad alta definizione, ma la usano solo per scrivere, e dunque gli andrebbe bene anche un 286.

Quello stesso mio amico di prima era tutto contento perchè finalmente il paesino dove vive è stato raggiunto dalla linea ADSL. Gli ho detto che era una bella notizia, così i suoi compaesani, d’ora in poi, ci metteranno solo un decimo di secondo per scaricare le foto porno.


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22 maggio 2009
POLITICA
Schiavi
 

Premetto che detesto e ripudio le teorie dietrologiche, tipo che siamo controllati da una cupola che determina occultamente i nostri destini e che aspira al dominio del mondo. Sono tutte sciocchezze, e se va bene fanno ridere.
Credo che il sistema nel quale viviamo ce lo siamo fabbricato con le nostre sante manine, con le scelte che facciamo ogni giorno, con i voti che diamo o che non diamo, con lo stile di vita che ci scegliamo e tutto il resto.
Va detto, però, che il sistema ce lo siamo scelto proprio bene.
Prendete una miliardata di persone e fateli vivere in una condizione di relativo benessere economico. Allo stesso tempo convinceteli che quello che hanno, sebbene sia più che sufficiente a garantire una vita comoda per sè ed i propri figli non è abbastanza, e che se vogliono fare parte dell’elite devono accedere a beni di consumo totalmente inutili e che se non li possiedono sono dei falliti.
Allo stesso tempo fate sì che una fetta, seppure piccola, della popolazione viva in miseria, sotto la soglia della povertà e diffondete tra tutti una sensazione di continua precarietà, in modo che la gente viva per anni, e qualcuno per sempre, nella paura di perdere quello che ha.
Create, in ogni ufficio, in ogni call center, in ogni luogo di lavoro, in ogni condominio, in ogni scuola di calcio e via così, un clima di individualismo ed egoismo esasperato, tenendo le persone sul filo di una continua e spietata competizione sociale e date modo di credere che l’unico modo per emergere è costituito dalla sopraffazione, dalla delazione e dal servilismo (nella vita ci vuole il pelo sullo stomaco; nel lavoro non si guarda in faccia a nessuno; il mondo è dei furbi; ad essere un puro ci si rimette sempre; quando entri in area di rigore cerca il contatto e buttati a terra; la politica è l’arte del compromesso e via dicendo...).
Fate in modo che le informazioni che circolano siano sempre o quasi sempre distorte ed elaborate per creare ad arte delle paure e delle situazioni di isteria collettiva (un rumeno ha violentato una donna, ergo tutti le donne che vengono violentate sono state violentate dai rumeni, ergo tutti i rumeni violentano le donne).
Date a tutti, o meglio ancora quasi a tutti, cure mediche gratuite o relativamente a buon mercato, ma allo stesso tempo diffondete stili di vita suscettibili di fare ammalare la gente.
Diffondete, in particolare tra i ragazzini, modelli di bellezza che prevedono la perfetta forma fisica e l’eterna gioventù, ma allo stesso tempo fate mangiare alla gente roba che ti fa diventare obeso a guardarla e ti fa invecchiare prima del tempo.
Fate sì che le persone taglino il cordone ombelicale con il loro passato, con la loro storia, con la cultura dei loro padri, per ricercare a tutti i costi una modernità che è brutta e inutile (negli anni sessanta e settanta la gente buttò via i mobili di legno intagliati dai loro nonni per comprare i mobili di formica) Fate tutto questo per creare un gusto omologato ed appiattito verso il basso (Pasolini era un lucido profeta, uno che oggi come non mai vale la pena di rileggere).
Una volta fatto tutto questo fate sì che questa miliardata di persone siano circondate da altri cinque miliardi di loro simili, che li guardano con occhi famelici e che vorrebbero una fetta della stessa torta (perchè credono che non ci siano alternative nella via verso lo sviluppo).
Mischiate tutto bene bene e poi capirete perchè la gente spara nei supermercati.

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IL CANNOCCHIALE