.
Annunci online

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 6229 volte


24 novembre 2016
politica interna
PAROLACCE
Parolacce

Sto seguendo con grande fatica e anche un po' di repulsione questa campagna elettorale per il Referendum. Premetto che voterò Sì, ma non è di questo che vorrei parlare. Da molti anni, ad ogni campagna elettorale (e in ogni programma che parli di politica) le parti in causa si urlano in faccia tra loro come ubriaconi alla fiera. Da questo ambaradan di contumelie, a cui siamo ormai tristemente abituate, si è passati, nei giorni scorsi, agli insulti veri e propri. Colpisce che un importante uomo pubblico possa dare ad un altro del serial killer e della scrofa. Colpisce e mortifica, come quando vedi qualcuno comportarsi in modo scomposto e maleducato in pubblico e ti senti in imbarazzo per lui.
La mia domanda è: c'è bisogno di usare questo linguaggio? Aiuta a fare chiarezza, a spiegare meglio le proprie ragioni? La posta in gioco lo giustifica? Ed esiste una posta in gioco che lo possa giustificare?
D'altra parte la politica è (purtroppo) uno specchio, appena deformato, della società che la esprime. E, nella nostra società, la maleducazione ha preso il sopravvento, mascherandosi da libertà. Ci siamo convinti che infarcendo i nostri discorsi della parola con la ci o della parola con la emme risultiamo più incisivi, più trasgressivi, più moderni. E invece il turpiloquio che diventa regola, che deborda dagli spogliatoi delle palestre per soli uomini e dalle caserme, dove un tempo era confinato, per impossessarsi dei dialoghi di tutti i giorni, delle conversazioni in famiglia, dei programmi televisivi, ci rende tutti peggiori. Gli insulti sono una logica conseguenza di questa deriva del linguaggio che dimentica le regole dettate dal buon senso e dalla buona creanza ed il modo in cui parliamo è strettamente connesso al modo in cui pensiamo.
Il principio di fondo dovrebbe essere che non si deve insultare nessuno, per quanto bassa sia la qualità dell'insultato. Non si dovrebbero insultare neanche i criminali. Li si dovrebbe punire, certo, ma non insultare.
Se coloro che hanno delle responsabilità, che sanno di essere ascoltati, stimati e rispettati, si danno tra loro del maiale e dell'assassino, come si fa a pretendere un linguaggio corretto (e di conseguenza un comportamento corretto) da parte dei nostri figli, dei ragazzi che incontriamo per strada?
In un bel film che mi è capitato di vedere si dice che quando si smette di dire grazie e per favore la fine è vicina. Non potrei essere più d'accordo.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. grillo insulti referendum

permalink | inviato da long fellow il 24/11/2016 alle 21:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 novembre 2016
politica interna
IL TRUMPONE ITALIANO
IL TRUMPONE ITALIANO

Tra tutti i personaggi di varia umanità che popolano la scena politica italiana (mai metafora fu più azzeccata) quello che mi interessa di più (tranne l'inarrivabile Walter, del quale non mi stancherei mai di scrivere) è il mitico Matteo Salvini da Milano.
Il Salvini è uno dei numerosi politici italiani che sono riusciti ad avere un certo successo nella loro attività senza aver mai lavorato un giorno in vita loro e, per altro, avendo alle spalle un percorso di studi quanto meno difficile (il Salvini si è arreso a cinque esami dalla laurea).
L'aspetto e l'eloquio farebbero di lui un perfetto avventore di uno di questi barrini di periferia dove la gente si riunisce per l'aperitivo. Non l'apericena da fighetti, però, ma quello classico da strapaese, riservato rigorosamente a maschi dai venti ai sessant'anni, che amano consumare un prosecchino corretto al campari con il gomito appoggiato al bancone e le noccioline in mano.
In questo habitat, nel quale si trovano generalmente l'esperto di pallone, quello di motori e quello di donne, il Salvini reggerebbe benissimo la parte di quello che le spara grosse.
Si parla della Merkel (generalmente in modo poco lusinghiero, commentandone la scarsa avvenenza) e viene fuori il Salvini che, come il solito, la sa lunga e spara: lo so io cosa si dovrebbe fare. Bisognerebbe uscire dall'Europa. E tutti: ma va là, ma va a da via i ciap.
Il barista concione dell'Euro che ci avrebbe mandati tutti a ramengo e viene fuori il Salvini: ve lo dico io che si fa. Rimettiamo la vecchia liretta e vedrai che si risolvono tutti i problemi. E tutti: ma va là, ma va da via el cul.
A quel punto il nostro si metterebbe a provolare con la cassiera, pagherebbe il conto e, dopo aver salutato la compagnia, se ne andrebbe con il suo vespino 50.
Messo in questo contesto lo troverei congruo e perfino simpatico.
Invece è al Parlamento europeo e le sue idee (uscire dall'Unione Europea, uscire dall'Euro) sono prese sul serio da milioni di persone.
Dalle ultime dichiarazioni sembra che il Nostro voglia proporsi come il Trump italiano e sostiene che intende applicare il suo programma nel nostro disgraziato paese. Spero, almeno, che lo applichi mutatis mutandis. Ad esempio la celebre idea di Trump di costruire un muro alla frontiera, se presa alla lettera, da noi è scarsamente applicabile, in quanto i clandestini arrivano via mare. A meno di non costruire un muro al confine con la Svizzera, visto che anche loro sono extracomunitari. In più ci sarebbe di buono che gli Svizzeri, al contrario dei messicani, sarebbero ben contenti di pagarlo. Per non far passare noi.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. salvini trump

permalink | inviato da long fellow il 18/11/2016 alle 18:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
16 novembre 2016
politica estera
TRUMP IL PACIFISTA
TRUMP IL PACIFISTA

Negli ultimi giorni si sta diffondendo una sorta di leggenda metropolitana, secondo la quale Hillary Clinton, che sostenne nel 2003 l’intervento di Bush contro l’Iraq, avrebbe le mani sporche del sangue dei poveri iracheni, mentre Trump, con tutti i suoi difetti, avrebbe almeno questo di buono: di non avere morti sulla coscienza.
È vero, purtroppo, che quella disgraziata della Clinton votò in senato a favore della guerra, votandosi alla damnatio memoriae e strameritandosi la sconfitta alle presidenziali.
Non è vero, invece, che Trump fosse contrario alla guerra in Iraq. Il Telemiliardario ha sostenuto, durante la campagna elettorale, di essere sempre stato contrario all’intervento e di aver combattuto duramente per evitarlo. Sostiene, inoltre, di poter citare ben 25 episodi (chissà poi perché proprio 25) che confermerebbero la sua opposizione alla guerra. Si tratta di una delle tante plateali bugie che il soggettone ha ammannito agli elettori durante questi mesi.
Nei mesi precedenti allo scoppio della guerra Trump non rilasciò alcuna dichiarazione pubblica nella quale si esprimesse una contrarietà all’intervento. Leggendo le sue interviste dell’epoca si intuisce, semmai, una reticenza ad esprimere la propria opinione, ma alla fine dei conti, quando richiesto di dire cosa ne pensasse Trump si espresse in senso favorevole e non contrario.
Molti personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura, dell’informazione, espressero una netta opposizione alla politica di Bush, ma non Trump, che allora non era in politica, ma che era già un personaggio pubblico ed un imprenditore molto famoso. Una sua parola contraria avrebbe certamente avuto un peso, ma Trump non la pronunciò e semmai, come già detto, si dichiarò (tiepidamente) a favore della guerra.
Nei mesi successivi Trump espresse delle perplessità sulla conduzione delle operazioni militari e sui costi esorbitanti che gli USA stavano sostenendo, nonché sulle ricadute negative della guerra sull’economia, ma non si disse mai contro la guerra per ragioni umanitarie, delle quali, a leggere le sue dichiarazioni, pare non gli importasse un fico secco.
Alcuni siti di informazione americani (siti seri), come factcheck.org hanno pubblicato una ricostruzione attenta (e mai smentita né corretta dall’interessato) di tutta la vicenda e invito chi fosse interessato a leggerla.
Tutto questo per dire che va benissimo prendersela con la Clinton per la sua doppiezza e per la sua ipocrisia sulla questione irachena. Va bene anche sostenere che Trump, nel campo dei favorevoli, non fu tra i più accaniti sostenitori della guerra, ma non si può dire che fosse contrario.




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. iraq clinton trump

permalink | inviato da long fellow il 16/11/2016 alle 17:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
14 novembre 2016
TUTTO IL POTERE AI FALLITI
Tutto il potere ai falliti


Beppe Grillo, sul suo blog ha commentato la vittoria di Trump alle presidenziali evocando una sorta di affinità tra il presidente eletto (che Grillo chiama affettuosamente Pannocchia) e il Movimento Cinque Stelle.
La vittoria del telemilardario sarebbe da attribuire, secondo Grillo, alla ribellione della gente al sistema, costituito dai politici di professione e dagli intellettuali asserviti al loro potere. La vittoria di Trump rappresenterebbe un Vaffa di proporzioni epocali e, sembra di capire, il corrispettivo degli innumerevoli vaffa con i quali si esprime la rivolta dei sostenitori del Movimento Cinque Stelle in Italia.
Ora: se si sente una qualche affinità con un politico straniero e proprio lo si vuole dire sarebbe più fine farlo prima che questi vinca le elezioni, per non dare l'impressione che si stia saltando sul carro del vincitore. É questione di stile.
Mi pare poi poco chiara questa strana accusa contro gli intellettuali asserviti al potere. Uno dei grandi drammi della sinistra di questo inizio di secolo è proprio la sua totale e paurosa scollatura dal mondo intellettuale, la sua scarsa capacità di elaborare un pensiero coerente che sia una spiegazione (o un tentativo di spiegazione) del mondo che ci circonda. In questo caso, invece, molti intellettuali (comprendendo nella categoria artisti, giornalisti, scrittori, insegnanti, scienziati eccetera), sono scesi una volta tanto dalla loro torre d'avorio per sporcarsi con il letame della politica e per dire che, forse, dico: forse, sarebbe stato meglio che un tizio che si esprime in modo che farebbe arrossire un attore porno, che vuole togliere l'assistenza medica ai poveri, abbassare le tasse ai ricchi, prendere a calci in culo i messicani (come se di calci in culo non ne prendessero già abbastanza), vendere liberamente le armi anche ai bimbi dell'asilo, mandare a rotoli tutti gli accordi internazionali sull'ambiente, fare ciò che è in suo potere per sfasciare l'Unione Europea, non diventasse President of the United States. Sbagliavano? Lo dicevano perché sono asserviti al potere? O il problema è che gli intellettuali sbagliano a prescindere perché sono intellettuali, intelligenten, parte di quella casta che si vuole abbattere?
Grillo chiosa il suo intervento con le seguenti parole, che mi permetto di citare testualmente:

"I veri eroi siamo noi! Eroi che sperimentano, che mettono insieme i disadattati e i falliti. Perché il fallimento è poesia. Honda ha detto: “la mia vita è fatta di fallimenti”. Ma sono quelli che osano, gli ostinati, i barbari, che porteranno avanti il mondo. E noi siamo barbari!"

Non ho mai letto una definizione più precisa e più pregnante dell’ideologia chiamata genericamente populismo. Tutti i movimenti populisti, dal fascismo delle origini all’Uomo Qualunque, dal movimento di Trump a quello di Grillo (e metto volutamente insieme cose lontane tra loro nel tempo e, per certi versi, diversissime) si rivolgono a coloro che si sentono (e spesso sono) emarginati dalla società, tagliati fuori dalle opportunità, dalla ricchezza, dalla conoscenza e che riversano la loro rabbia e la loro frustrazione (spesso giuste) su chi sta sopra (i politici e gli intellettuali, di solito non sui ricchi) e la loro paura (spesso ingiustificata) su chi sta sotto (i messicani, i profughi).
La sinistra, quando ancora riusciva ad esprimere una visione del mondo in positivo e non solo in negativo (contro Trump, contro Farage, contro Berlusconi) predicava l'avvento di una società nella quale, con l’eguaglianza dei diritti e l’attenzione ai bisogni, nessuno dovesse sentirsi un fallito o un disadattato.
Il populismo si rivolge a coloro che si sentono falliti o disadattati non per promettere loro un riscatto, una via di uscita dalla loro condizione, ma IN QUANTO TALI e promette loro IN QUANTO TALI di trasformarli in eroi, in protagonisti. Di dare loro il potere.
Noi siamo barbari, dice Grillo. Bravi.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. populismo grillo trump

permalink | inviato da long fellow il 14/11/2016 alle 21:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
9 novembre 2016
politica estera
COLPA DI BARACK
Colpa di Barack

Ha vinto Trump. É una sorpresa? Lo è, ma con il senno di poi si può perfino dire che era facile prevedere come sarebbe andata. Qualcuno l'aveva pure previsto con il senno di prima (Micheal Moore, ad esempio).
Le condizioni del disastro c'erano tutte e prima tra tutte la seguente: i democratici presentavano una candidata il cui unico fascino era quello di essere una donna, ma che per il resto incarnava l'esatto contrario della persona che sarebbe stata necessaria. Hillary appartiene alla classe politica dagli anni '80, è poco comunicativa, fredda come un pesce, notoriamente bugiarda, cinica fino alla mancanza di scrupoli (lo vogliamo ricordare che ha votato a favore, dico: a favore del disgraziato intervento in Iraq di quel cretino di Bush II?). Il colmo lo si è raggiunto quando ha tentato di inchiodare Trump sul piano della morale sessuale, lei che ha coperto le scappatelle di quel porcellone di Bill, continuando a recitare la parte della mamma della famigliola felice per non compromettere (e forse compromettendo) la sua personale ascesa alla presidenza.
Mi pare, tra l'altro, che la Hillary sia stata anche consigliata male. Le è stato chiesto di recitare la parte della persona empatica, di mostrare alla gente il cuore, lei che è, palesemente, solo cervello e nervi. E lei ci ha provato, rendendosi, se possibile, ancora più antipatica.

Ora tutti le butteranno la croce addosso e, un po', le sta bene.

Ciò nonostante ritengo che il vero colpevole dell'ascesa di Trump non sia stata Hillary, il suo scarso fascino come candidato, il suo passato di guerrafondaia.

Chi ha spianato la strada a Trump è stato Obama.
Ho letto, in questi ultimi giorni, che Obama si è speso con tutte le forze per sostenere la Clinton perché riteneva che il suo lavoro sarebbe rimasto incompiuto se un altro presidente democratico non l'avesse portato a compimento, che sarebbe stato come aver scritto sull'acqua.
Obama ha avuto otto anni (di più la costituzione degli Stati Uniti non te ne dà). Otto anni da quando fu eletto con un programma molto fumoso, ma ben raccontato, in cui prometteva un aiuto per le classi subalterne, per quella middle class che di middle non aveva più che il nome e che era spaventata a morte dalla crisi economica, dalla violenza, dal terrorismo e che, soprattutto, era stufa marcia di politici fatti con lo stampino, bugiardi patologici, corrotti da un sistema di finanziamento della politica che è corruttivo in sé e per sé, opportunisti e ipocriti.
La gente ha eletto Obama perché voleva smettere di avere paura e chiedeva, disperatamente, un cambiamento morale.
In otto anni Reagan ha distrutto il sindacato americano, imposto un'egemonia culturale della destra liberista che dura tuttora, messo in ginocchio l'Unione Sovietica, promosso gli Stati Uniti a unica superpotenza dominante. E Reagan, notoriamente, era uno che lavorava al massimo tre ore al giorno.
Obama ha ottenuto qualche parziale successo: l'Obamacare, la ripresa economica (che non ha avuto l'effetto di ridurre la forbice oltraggiosa tra poveri e ricchi) la distensione con Cuba (che tra l'altro è, in termini geopolitici, uno scoglio in mezzo all'Atlantico di cui non interessa a nessuno) un abbozzo di distensione con l'Iran (da cui non è stata tratta la logica conseguenza, ossia una piena alleanza contro l'ISIS).
Ha collezionato una impressionate serie di fallimenti in politica estera (la perdita di alleati essenziali come l'Egitto e la Turchia, il caos in Siria e in Libia, la nuova guerra fredda che la Russia sta vincendo, la conquista di mezzo medio oriente da parte di un'organizzazione terroristica).
Lascia un paese nel quale le tensioni razziali sono più forti e profonde di quando è stato eletto, nel quale l'immigrazione è un problema più grave di quanto fosse otto anni fa.
Obama ha fatto politica, non ha fatto la rivoluzione. Ha cambiato alcune cose, ma gli si chiedeva di cambiare tutto. Ci ha messo la buona volontà. Ma non ce l'ha fatta.
Alla fine sarà ricordato per ciò che è: il primo uomo di colore a raggiungere la presidenza (tra l'altro non è un afroamericano, in quanto figlio di una donna bianca di famiglia agiata e non discende da schiavi). Non sarà ricordato per ciò che ha fatto, perchè non ha fatto nulla di significativo e di durevole.

Trump è un Obama di destra. La gente ha chiesto ad Obama di cambiare le cose e lui non c'è riuscito. E la gente si è rivolta a Trump. É passata al lato oscuro. Trump è la nemesi di Obama, non quella della Clinton.



permalink | inviato da long fellow il 9/11/2016 alle 20:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
3 novembre 2016
televisione
RIWALTER
RIWALTER

Dispiace, davvero, leggere che, ancora una volta, le fiammeggianti iniziative di Veltroni non riscuotono il successo che meriterebbero.
Peccato, perché l'uomo sembrava aver preso la strada giusta. Perché accanirsi, come quell'astioso di D'Alema e quel crògnolo (si dice dalle mie parti, deriva da corniòlo, essenza arborea dal legno particolarmente duro) di Bersani, perché accanirsi, si diceva, a cercare una vendetta politica nei confronti di Renzi, della Boschi, del destino cinico e baro? Perché restare disperatamente attaccati alle ultime gocce di potere, che come ognun sa, sono amare quanto le prime sono dolci?
Meglio, molto meglio (soprattutto per noi) la scelta di Walter di chiuderla lì, senza rancore e perfino con una certa dignità, per dedicarsi a ciò che più gli piace, a ciò che davvero ama.
E nell'anima di Walter, dietro l'aspetto serioso del politico e dello statista, si è sempre celato un artista.
Ci rimorde, dunque, che il suo programma Dieci Cose sia stato accolto con largo sfavore da pubblico e critica. Ce ne rimorde anche perché siamo piccola parte del problema, dal momento che il programma non l'abbiamo visto di proposito, principalmente perché era basato su un'idea di Veltroni.
Dal poco che abbiamo capito si tratta di alcuni personaggi che rievocano dieci cose che hanno segnato la loro vita. Una specie di operazione nostalgia: che bello quando c'era il telefono a gettoni, le partite alla radio e Sandokan sul primo canale. Che bello quando eravamo bambini, prima che la vita ci deludesse, prima che arrivassero le responsabilità, i dispiaceri, Berlusconi.
La verità è che Walter è soprattutto un incompreso. Uno troppo avanti per i tempi suoi. Noi, ancora una volta, gli auguriamo ogni bene, e soprattutto gli chiediamo di non mollare, di insistere. Il suo genio sarà un giorno riconosciuto e una gloria tardiva o perfino postuma è sempre meglio che nessuna gloria.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. dieci cose veltroni

permalink | inviato da long fellow il 3/11/2016 alle 21:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 ottobre 2016
POLITICA
DONALD E BILL
DONALD E BILL 

Ho seguito con interesse le polemiche suscitate dalla registrazione in cui il mitico Donald descriveva le sue tattiche di approccio con le donne e butto lì qualche riflessione. 
In primo luogo: le parole di Trump in sé e per sé sono imbarazzanti, specie se a pronunciarle è un tizio che si candida a fare il presidente degli Stati Uniti. Trump ha ragione, però, a dire che conversazioni del genere si possono sentire (e si sentono) in qualunque spogliatoio di palestra. Non dico che tutti gli uomini si esprimano così, ma che molti lo fanno eccome. 
A me pare che ciò che è davvero esecrabile non sia il vizio, che certi machos da pollaio hanno, di vantarsi delle proprie conquiste (il che non è elegante né signorile), ma piuttosto il tono di disprezzo per le donne in genere che è implicito in certe espressioni e in certe frasi. Per questo genere (direi sottogenere) di uomini le donne sono sineddochi (la parte per il tutto) portatrici di organi genitali, culo e tette. Il resto è in più.
Non sfiora la mente di questi soggettoni che, se è vero l'assioma che tutte le donne sono zoccole, ciò deve valere, ovviamente, anche per le loro madri e mogli e che potrebbe succedere che qualcuno riservi alle loro figlie lo stesso trattamento e la stessa considerazione che loro riservano alle loro prede sessuali.
Un'altra considerazione che si potrebbe fare è che il trono di imperatore del mondo libero è conteso tra un miliardario che pensa che se hai i soldi le donne le puoi prendere per la passera e una signora il cui marito passerà alla storia principalmente per aver intrattenuto rapporti con una stagista nell'ufficio ovale (Bill, ma ti rendi conto? Nell'ufficio dove hanno lavorato Lincoln e FDR), e per aver spudoratamente negato il fatto mentendo come un ladro.
Si potrebbe obiettare che delle performance con i sigari di Bill la povera Hillary non ha colpa, ma di avergliela fatta passare liscia sì. Ovviamente esiste la possibilità che abbia deciso, in perfetta buona fede, di perdonare una scappatella, ma c'è anche la molto più concreta possibilità che abbia tentato di insabbiare la cosa e di coprire le malefatte del malandrino per non compromettere la propria futura carriera politica e, trattandosi di una signora che, per squisito cinismo, ha votato a favore dell'attacco militare all'Iraq, io personalmente propendo per la seconda. 
E la povera Lewinski? Che parte ci ha fatto, in tutto questo? Il presidente porcellone e la sua machiavellica signora l'hanno trattata poi molto meglio di quanto Trump affermi di fare con le donne che gli capitano (letteralmente) a portata di mano?
Terza considerazione: è una realtà poco simpatica e politicamente scorretta, ma evidente, che esistono molte donne (e purtroppo molte ragazze) che sono disposte a fare esattamente ciò che i vari Trump, Clinton e Berlusconi pretendono da loro, ad assumere gli atteggiamenti che questi maschi, chiamiamoli così, attribuiscono alle femmine come categoria, utilizzando il proprio corpo come merce di scambio, o semplicemente lasciando che il primo coglione che passa le tratti come una bambola gonfiabile. 
Perché questo accada nel 2016, dopo il femminismo, dopo l'emancipazione, dopo la libertà sessuale faticosamente ottenuta è difficile da spiegare. La mia idea ce l'ho. Magari ne riparliamo un'altra volta.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. donne clinton intervista trump

permalink | inviato da long fellow il 17/10/2016 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 agosto 2016
CULTURA
liberté egalité nudité
Liberté Egalité Nudité

Il Primo Ministro francese Valls ha dichiarato che il cosiddetto burkini (di fatto una specie di tutina da mare con il cappuccio che fa caldo solo a vedersi) è contrario ai principi della Repubblica Francese e dell'occidente intero. Nella scia di lui (socialista) si sono gettati tutti i piranha della destra europea, non ultimi quelli di casa nostra, che si sono scoperti, tittidintratto, sostenitori del costume a due pezzi e, vivaddio, pure del topless, pur di buttare benzina sul fuoco, già pericolosamente caldo, dei rapporti con gli immigrati. 
Personalmente mi chiedo a quali valori si riferisse monsieur Valls e quali siano i criteri secondo i quali si debba scegliere il costume da bagno per essere in linea con essi. 
Ad esempio: il tanga brasileiro con il filo nel sedere è in linea con i principi che reggono la quinta repubblica? E il costume intero? E, passando alla moda maschile, il mankini alla Borat può andare bene?
Dicono che il burkini è il simbolo della sottomissione delle donne musulmane, ma è proprio inconcepibile che almeno alcune, magari poche, delle donne che lo portano lo facciano di loro spontanea volontà, o comunque che acconsentano a portarlo senza essere costrette con la forza? 
E, soprattutto, siamo sicuri che, dal momento che lo vietiamo, i mariti e i padri buzzurri acconsentano a farle passare al tanga? 
Inoltre: se un tizio picchia la moglie per costringerla a mettersi il burkini il problema non è il burkini, ma il tizio, il quale, ovviamente, dovrebbe essere punito secondo le leggi che già ci sono, senza bisogno di inventarne altre sui costumi da bagno. 
Che il problema dell'integrazione delle donne musulmane e della loro libertà esista è evidente e perfino ovvio. Esiste tanto di più (obiter dictum) in un paese come il nostro, dove si è ancora lontani dal garantire  una vera eguaglianza (e di conseguenza una vera libertà) perfino alle donne italiane.
Credo, però che,  ancora una volta, il problema si risolva con il dialogo ed il confronto, più che con i divieti e le chiusure. Il processo di integrazione degli immigrati non consiste nell'imporre loro gli aspetti materiali del nostro modo di vivere (come i vestiti da indossare o non indossare), ma nel portarli a condividere i nostri valori politici, senza dimenticare che alcuni di essi (come l'eguaglianza di diritti tra uomini e donne, o tra eterosessuali e omosessuali)  non sono stati facili da acquisire neanche per noi. 
Ne frattempo eviterei, se fosse per me, tutti quegli atteggiamenti che possano inutilmente allargare le differenze o renderle più evidenti. Buon fine estate a tutti e buon bagno, che portiate il tanga o il burkini. 





permalink | inviato da long fellow il 18/8/2016 alle 21:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 luglio 2016
POLITICA
L'ODIO

L'ODIO

L’ondata di attentati che ha colpito la Francia e la Germania nelle ultime settimane meriterebbe, da parte di una classe politica responsabile, un’analisi attenta e spassionata.

Molti politici, invece e in particolare quelli della destra becera che sta tentando di distruggere l’Unione Europea per meri interessi di parte, se non direttamente personali (i Boris Johnson, le Marine Le Pen e perfino, si parva licet componere magnis, i Matteo Salvini) tendono a legare il problema del terrorismo all’ondata di profughi dalla Siria e dai paesi del Maghreb confondendo, a mio parere, le cause con le conseguenze e le vittime con i carnefici.

La cosa più spaventosa dei terroristi che hanno colpito in questi mesi a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Rouen, a Monaco è che non vengono da fuori. Non si sono infiltrati attraverso i confini confondendosi con la massa dei profughi. Sono nati o cresciuti qui da noi, nel quartiere accanto al nostro; sono figli di gente che lavora nei nostri cantieri, che guida i nostri tir, che fa le pulizie nel supermarket sotto casa. In Siria, semmai, ci sono andati e poi sono tornati, con la determinazione a morire per la loro causa e, soprattutto, ad ammazzare quanti più di noi gli è possibile.

In un certo senso a colpirci sono coloro con i quali l’Europa è stata più generosa. Nei nostri paesi le famiglie di questi ragazzini sanguinari hanno trovato lavoro, assistenza sanitaria, scuole pubbliche, magari una casa popolare e una pensione.

Si tratta dunque di ingratitudine? Di mera grettezza? Personalmente credo di no. Se vogliamo capire cosa scatena l’odio di quei ragazzini, cosa li spinge ad entrare in una chiesa con un coltello e ad ammazzare un povero vecchio, dobbiamo tentare di immedesimarsi in loro, cercare di comprendere quale sia stata la loro condizione esistenziale.

I loro padri hanno trovato lavoro, ma quale lavoro? Non si dice che gli immigrati vengono a fare i lavori più umili, quelli che gli italiani, gli inglesi, i tedeschi non vogliono o non sanno più fare? Non è già questo, di fatto, un pregiudizio, una discriminazione che pesa sui figli, più che sui padri?

Questi ragazzi sono andati a scuola, ma quanti di loro sono stati aiutati a superare il gap linguistico, quanti di loro hanno trovato qualcuno che li aiutasse a fare i compiti in una lingua e in un alfabeto che le loro madri ed i loro padri non conoscono bene?

Quanti di questi ragazzi si sono integrati con i loro coetanei europei, hanno avuto la possibilità di conoscere le loro famiglie, di essere accolti nelle loro case?

Dopo che ci siamo poste queste domande (e dopo aver risposto onestamente) proviamo a farci queste altre.

Quanti di questi ragazzi si sono ritrovati a vivere in quartieri ghetto, grazie ai quali noi rimaniamo noi e loro rimangono loro?

Quanti di loro si sono ritrovati in scuole ghetto, nelle quali i figli degli europei non vogliono andare proprio perché ci sono gli immigrati?

Quanti di loro hanno dovuto accorgersi degli sguardi imbarazzati o irridenti che le mamme in gonna e jeans dei compagni di scuola europei rivolgono alle loro mamme, vestite con il chador e il vestito tradizionale.

Quanti di questi ragazzini si sono ritrovati a fare parte di un branchetto di loro coetanei della stessa lingua, della stessa religione.

Non ci si dovrebbe meravigliare del loro odio, perché questo nasce dalla confusione, dal non sentirsi né carne né pesce, dal non essere più arabi senza per questo essere europei, dal sentirsi ospiti indesiderati nel paese del quale abbiamo la cittadinanza.

Questa integrazione a metà, questa incertezza nella propria identità, questo sentirsi formalmente accettati, ma intimamente respinti è il brodo di coltura ideale della rabbia e dell’odio e nessun odio ha la stessa forza di quello che si prova contro i propri benefattori, se costoro ci fanno pesare la loro generosità, se non uniscono ad essa il rispetto. 

Si tratta, dunque di capire in quale lingua si esprimerà questa rabbia. Nella lingua acquisita o in quella di origine? Si mette su un gruppo di gangsta rap o una cellula terroristica?

Si dovrebbe avere il coraggio di dire che questi mostri (perché nessuna delle considerazioni suddette li scagiona da una virgola della loro personale responsabilità, della loro colpa, che è nera come l’abisso) non sono frutto delle nostre politiche dell’integrazione, ma del loro sostanziale fallimento o, ad essere generosi, del loro successo parziale ed insufficiente.

Questi terroristi non li si batte minacciando di rimandare tutti al paese loro (quale paese, se sono nati qui? a fare che, se qui c’è la loro famiglia? sulla base di quale principio di diritto , se è vero che il rispetto del diritto, perfino di quello formale, è ciò che fa di noi occidentali ciò che siamo?).

Questi terroristi li si combatte togliendo loro l’acqua avvelenata nella quale nuotano, garantendo agli immigrati una eguaglianza sostanziale e non solo formale, imparando a vivere con loro e non solo accanto a loro. In questo senso serve uno sforzo collettivo che non può essere solo delle istituzioni, ma che deve avvenire nelle famiglie, nelle associazioni sportive, nei partiti politici. È impopolare, come potrebbe esserlo questo post, casomai qualcuno lo leggesse, ma necessario. Rispondere all’odio con l’odio è molto più facile, ma significa fare un favore a chi questi poveri mostri li confonde, li strumentalizza e li comanda.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. terrorismo immigrazione integrazione

permalink | inviato da long fellow il 27/7/2016 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
29 giugno 2016
cinema
BUD
Caro Bud. 

Il primo film che ricordo di aver visto al cinema è Banana Joe. L'ho visto due volte nello stesso pomeriggio, ridendo come solo un bambino può fare. Poi ho visto Trinità e ne sono rimasto folgorato. Che coppia che eravate tu e Terence: l'omone forzuto ed il piccoletto astuto, entrambi buoni come il pane, sempre disposti a dare una mano e a battersi per una giusta causa, anche se di mestiere fanno i furfanti o i ladri di bestiame. Con i vostri film io e mio fratello ci siamo cresciuti, li abbiamo visti e rivisti fino ad impararli a memoria.
Nei vostri film non c'era volgarità (nonostante i rutti da padella di fagioli) e non c'era violenza (nonostante le scazzottate). Erano film semplici, nei quali i buoni vincevano sempre ed i cattivi erano non solo sconfitti, ma anche umiliati e svergognati a forza di sganassoni. 
Che dolore è stato, Bud, scoprire che nella vita non sempre vincono i buoni, che a volte (spesso) sono i cattivi a picchiare più forte. E che peccato non avere per amico un gigante buono che ti guarda le spalle, che neutralizza i prepotenti, i disonesti ed i maleducati con un bel cazzotto in testa, assestato dall'alto verso il basso, come li davi tu. 
Faccio parte di una generazione che ha visto tanta (troppa) televisione e mi accorgo di quanto sono invecchiato quando vedo invecchiare e morire i personaggi che in televisione sembravano sempre uguali, come se dovessero durare per sempre. Ora che tu, eroe della mia infanzia, non ci sei più, mi accorgo di quanto tempo sia passato da quel pomeriggio lontano, il cui mio padre mi condusse a vedere Banana Joe. 
Mio padre un po' ti assomiglia. Da giovane era anche lui un omone barbuto con una forza erculea. Ora anche lui sta invecchiando e non sta più bene come un tempo.
Addio, Bud e grazie. Noi restiamo qui ad affrontare gli eventi, con l'unico rimpianto di non avere il tuo pugno per poter prendere i cattivi a sganassoni. 




permalink | inviato da long fellow il 29/6/2016 alle 21:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
  




IL CANNOCCHIALE