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Curiosità
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14 maggio 2018
POLITICA
I will survive

I will survive

Quando ero ragazzino mi buttai a sinistra, come diceva Totò, devastato dalla vittoria di Berlusconi del marzo 1994. Non che la cosa giungesse inattesa, i segni premonitori del disastro c’erano tutti: la totale sottovalutazione da parte della sinistra; la penosa confusione che regnava nella gioiosa macchina da guerra del grande Achille Occhetto; l’impressionante modernità (per quei tempi) di una macchina da propaganda alla quale la sinistra non poteva opporre che i vecchi comizi e la distribuzione dell’Unità ai semafori.

Personalmente compresi come sarebbe andata a finire quando, sceso da un treno con un mio conoscente, anche lui studente di Scienze Politiche, fui accolto alla stazione da un mega manifesto col faccione di Berlusconi (era uno dei primi di quella lunga campagna elettorale) e questo tizio (incredibilmente) mi chiese di cosa si trattasse.

Gli spiegai che era un manifesto del nuovo partito fondato da Berlusconi e che personalmente trovavo insopportabile sia il partito che il manifesto, ma il mio amico, in stretto accento del Val d’Arno, mi rispose: invece gli’è dimolto bellino e sai icche’ ti dico? Gli do anche i’vvoto.

Quando Berlusconi vinse mi parve ugualmente incredibile che la rivoluzione di quegli anni (la caduta del muro di Berlino, la nascita di una sinistra democratica sulle ceneri del comunismo, Tangentopoli, Mani Pulite, il crollo dei vecchi partiti) avesse potuto portare a quell’esito, al governo di Berlusconi, di Bossi e di Fini.

Più di tutto, più delle idee che costoro propugnavano (forse non avevo neanche gli strumenti per giudicare) mi offendeva quell’estetica da riunione aziendale, da televendita, quell’inno con le rime forzate che ricordava i jingle pubblicitari dei panettoni, le giacche a doppiopetto, quel modo di rivolgersi alle persone “come se avessero 11 anni”. Tutto questo, lo confesso, mi ripugnava profondamente.

Immaginavo quali danni il Berlusconismo avrebbe potuto fare a questo disgraziato paese e, guardando all’Italia di oggi, posso dire che, almeno in questo, ero perfino troppo ottimista.

Oggi siamo ad un’altra delle mille svolte di questi anni: pare che (forse) ci toccherà un governo di coalizione tra la Lega ed il Movimento 5 Stelle.

Se solo due anni fa mi avessero detto che avremmo avuto un governo di coalizione tra Invasori Venusiani e Adoratori di Satanasso avrei giudicato l’ipotesi più realistica di quello che sta avvenendo oggi.

E, sia ben chiaro, sono molto preoccupato, per me e per i miei figli.

Però ho imparato dal passato che, alla fine, si sopravvive a tutto, magari male, ma si sopravvive. E allora vorrei lanciare un messaggio di speranza.

Fermandosi alla storia dell’Italia unita abbiamo avuto i Savoia, la tassa sul macinato, Crispi, il colonialismo, Bava Beccaris, Giolitti con il trasformismo ed i capibastone, un re alto un metro e un barattolo che ci ha trascinato in una guerra che voleva solo lui e poi vent’anni di Duce, Starace e adunate fasciste, un’altra guerra dove abbiamo preso schiaffi da tutti, la Democrazia Cristiana (e anche il PCI, per certi versi, non scherzava) il terrorismo, le stragi, il sequestro moro, Andreotti e Salvo Lima, il CAF ed il pentapartito, Berlusconi, e, infine, i governi tecnici, Renzi e la Boschi.

Siamo sopravvissuti a tutto questo.

Sopravviveremo anche a Salvini e Di Maio. Non so voi, ma io metto su I will survive.


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2 maggio 2018
POLITICA
Con il fattore o con i tacchini

Con il fattore o con i tacchini


Da due mesi e passa ci stiamo sorbendo questa commedia dell’arte sul nuovo governo. Commedia sgangherata quanto mai che sembra ormai giunta al finale scontato, ossia che, salvo la inopinata comparsa di qualche governo di tecnici, saggi, professoroni, teste d’uovo o roba cosí, si andrà a nuove elezioni, sperando che ne esca un quadro più chiaro. Intanto tutti i protagonisti tentano, naturalmente, di incolpare gli altri del casino che è venuto fuori.


Ora: mi pare che perfino in questo esercizio di normale e ammuffita routine politica il M5S ed il suo Capo ci mettano un di piú di biliosa acredine, pervasa dalla solita irritantissima pretesa di superioritá morale (detto di passaggio: nessun partito in Italia ha mai avuto un Capo: dopo le ducesche avventure i partiti preferirono sempre nominare un segretario, parola meno impegnativa che sottintendeva la limitatezza del mandato ed il fatto che il vero potere restava in mano agli iscritti, pensa te).


Di tutte le affermazioni fatte dal buon Gigino per spiegare il fallimento del suo disegno, quella che mi crea più perplessità è che la mancata formazione di un governo sarebbe da attribuire al fatto che i vecchi partiti pensano solo al loro orticello e alle poltrone. Ma santo cielo. Di Maio ha proposto un’alleanza ai due partiti più lontani per ideologia e pratica politica: al PD ultra europeista, strenuo difensore dell’Euro, atlantista, promotore dei diritti civili, moderatamente favorevole all’immigrazione, nonché promotore o sostenitore delle leggi che lo stesso M5S vorrebbe abolire (Fornero, Jobs Act); e alla Lega euroscettica, fautrice del ritorno alla sovranitá monetaria, filo russa, favorevole alla famiglia tradizionale e radicalmente contraria all’immigrazione in tutte le sue forme.

Un’indifferenza sui contenuti che dovrebbe quantomeno insospettire: potrá mai essere possibile portare avanti i propri programmi con alleati cosí diversi?


Ma non si tratta di alleanza, dice Gigino. Non sia mai. È un contratto fatto nella massima trasparenza. Mi viene in mente quella barzelletta sul tizio che trova la moglie a letto con un suo amico e questo gli fa: Mario non è come pensi te. Ma anche ammettendo che tra un contratto e una alleanza ci sia una differenza non sará la stessa cosa fare un contratto politico con il fattore o con i tacchini: qualcosa di diverso vorranno, o no?


La sostanza è che il Gigino avrebbe fatto il governo con cani e porci, ad una sola condizione: essere il Presidente del Consiglio. Questa è l’unica cosa sulla quale il nostro non ha mai inteso transigere.

Va bene, per carità, ma, almeno ci si risparmino le solite prediche.


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permalink | inviato da long fellow il 2/5/2018 alle 17:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
26 aprile 2018
POLITICA
CHI DI VAFFA FERISCE...

CHI DI VAFFA FERISCE

L’accanita resistenza con cui gli elettori del PD (che, per una volta, sembrano abbastanza compatti) stanno accogliendo i tentativi di riavvicinamento con il M5S in vista di un possibile governo da fare insieme sembrerebbe, ad un osservatore razionale arrivato ieri da Marte, quasi autolesionista.

Ma come, si potrebbe obiettare, dopo una sconfitta alle elezioni che sembrava tagliarvi fuori dai giochi avete, miracolosamente, un’opportunità di tornare al governo e, quindi, di portare avanti almeno una parte dei vostri programmi, di promuovere gli interessi di chi rappresentate e la buttate al vento per un puerile senso di rancore?

Non sarebbe più corretto, più politico, verificare se ci possono essere convergenze programmatiche sufficienti e, se ci sono, esercitare con senso di responsabilità il di dovere di dare un governo al paese?

Ebbene non è così facile.

Intanto coloro che ci stanno davanti hanno sostenuto in questi anni teorie e proposte politiche da far accapponare la pelle e non sono così sicuro che vi avrebbero rinunciato qualora avessero ottenuto la maggioranza in parlamento. Qualcuno ricorda che questa gente due o tre anni fa distribuiva ai gazebo volantini con scritto usciamo dall’Euro?  Qualcuno ricorda i flirt con Farage? E le posizioni filorusse e contro la NATO?

I nostri interlocutori si sono segnalati, inoltre, come forti sostenitori delle più bislacche teorie complottiste e pseudo scientifiche, dai No vax alla lotta contro le scie chimiche, che sono, a seconda del tema, roba da pazzoidi o da criminali.

Ma c’è, purtroppo, uno scoglio ancora più insormontabile di queste, pur validissime obiezioni. Ossia la cultura del vaffa. Il PD è un partito che avrà i suoi problemi e li avrà pure gestiti male, ma in fondo, è fatto soprattutto di gente si fa il mazzo alle feste dell’Unità e che distribuiva volantini contro Berlusconi quando tanti 5 Stelle si baloccavano con le loro teorie sulle cure alternative contro la psoriasi.

Almeno dalle mie parti è stato così. Gente che per anni si era tenuta alla larga dalla politica, mentre altri (come me) buttavano via la loro gioventù per andare a mettere i volantini contro il Cavaliere nelle cassette della posta, tittidintratto ha scoperto l’impegno civile e si è messa a fare la predica moralistica come se fosse portatrice di chissà quale vangelo (vi ricordate: o noi o loro!). E ci ha offesi, dandoci a tutti, indistintamente, dei ladri e dei mafiosi. E si è sentita in diritto di mandarci a fare in quel posto.

Da parte mia la risposta è questa: se volete fare un governo convincete il vostro amico Salvini, oppure prendete la maggioranza. Se no a cuccia. E vaffa a voi.


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4 aprile 2018
POLITICA
LE RUSPE

LE RUSPE

Salvini ha rispolverato, dopo un po’ di tempo, il suo tormentone sulle ruspe da mandare contro i campi Rom. Il casus belli è stata la rivolta, avvenuta in un campo di Roma a fronte del tentativo della polizia di intervenire per arrestare dei ladri.

Salvini ha ragione.

Se vogliamo costruire una società multietnica e multirazziale dobbiamo partire da un presupposto che non è di destra e non è di sinistra, ma è pre politico ed è alla base di qualsiasi ordinamento giuridico moderno e liberale, ossia che la legge è uguale per tutti.

È uguale nel concedere a tutti le stesse libertà e gli stessi diritti, in materia di religione, di convinzioni morali e politiche ed è uguale nel richiedere a tutti il rispetto delle stesse regole.

Se dovessi smettere di portare i miei figli a scuola, se li facessi vivere in condizioni igieniche atroci, se li facessi partecipare regolarmente ad attività illegali, quali piccoli furti ed accattonaggio dopo pochi mesi me li toglierebbero e li affiderebbero a qualche istituto e farebbero bene.

Ciò che a me, come cittadino italiano (ma anche a qualsiasi straniero non nomade che viva in questo paese) è giustamente proibito è invece concesso, di fatto, a decine di famiglie nomadi, i cui figli sono costretti a compiere atti criminali, privati dell’istruzione, sottoposti a condizioni di vita inaccettabili e ciò in nome di un assurdo principio di relativismo culturale che giustifica tutto questo perché “fanno parte di una cultura diversa”.

Personalmente sarei disposto, pur di risolvere il problema, a sostenere politiche di affirmative action, cioè tese a favorire quel particolare gruppo sociale garantendo vie preferenziali per l’inserimento nel mondo del lavoro degli adulti, l’accesso alla casa, il diritto alla scuola per i figli e quanto altro sia necessario a rimuovere gli ostacoli che ne impediscono l’integrazione nella nostra società. In questo credo di avere idee diverse dal Salvini.

Per il resto bisogna fare l’interesse dei minorenni nomadi, per i quali quella vita non è una scelta, ma una costrizione, bisogna punire i criminali e riportare la legalità dove questa sia messa a repentaglio, con le buone, se possibile, con le ruspe, se necessario.


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30 marzo 2018
consumi
PACKAGING E BANANE

PACKAGING E BANANE

Tra gli innumerevoli temi che meriterebbero una riflessione che nessuno fa (ed in particolare non la fa la sinistra, cosa che a me dispiace particolarmente) uno dei più trascurati (e credo invece che sia abbastanza importante) è quello del modo in cui produciamo e distribuiamo i beni di consumo.

Non voglio neanche addentrarmi nel problema della produzione consumista, ossia la produzione di beni volutamente non durevoli a basso costo e di bassissima qualità, che hanno invaso non solo i nostri mercati, ma letteralmente la nostra vita, perché meriterebbe una riflessione ben più approfondita.

Ci sono poi i beni perfettamente inutili, il cui unico scopo è essere venduti e che procurano al consumatore solo un fugace piacere legato al momento dell’acquisto, senza portare alcun valore aggiunto nella sua vita (fanno parte di questa categoria l’infinita serie di gadget di nessun valore che ci concediamo compulsivamente, dalle cover dei telefonini a forma di melanzana alla tredicesima sciarpa che compri per metterla dentro un cassetto e non rivederla più).

Insomma, in generale produciamo troppo e produciamo male per un mondo che consuma troppo e consuma male.

Quello però che mi manda letteralmente fuori dai gangheri è vedere che tutto questo visibilio di prodotti da quattro soldi è protetto e fasciato da enormi quantità di packaging, costituito da plastica, polistirolo e cellophane, nella maggior parte dei casi neanche riciclabili, destinati a finire nel secchio della spazzatura, seguiti, da lì a poco dal loro contenuto.

Faccio un esempio che mi sembra particolarmente clamoroso e che riguarda addirittura i prodotti alimentari.

Da diverso tempo si vanno diffondendo sui banchi dei freschi i cosiddetti preconfezionati, ossia prodotti freschi chiusi in vaschette di polistirolo con un film di cellophane. Ho visto vaschette utilizzate per tre banane o tre carciofi di numero o per una fetta miserrima di gorgonzola

A cosa è servito, allora, obbligare, i distributori ad utilizzare buste di tipo biodegradabile?

Fatevi un favore. Comprate la frutta e la verdura sciolta e pesatevela per conto vostro; protestate con il vostro supermercato; se ce l’avete disponibile andata a comprare la frutta in qualche mercato a filiera corta o almeno in qualche magazzino. Spesso fanno sconti e la roba costa meno e, a volte, ti danno perfino i sacchetti di carta.


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29 marzo 2018
POLITICA
CITTADINO PRODUTTORE

Cittadino produttore


Ancora non abbiamo un governo e siamo ben lontani dall'avere il famoso reddito di cittadinanza che Beppe Grillo butta la palla più in là pubblicando un post nel quale si immagina una sorta di reddito universale,  o reddito di base incondizionato, percepito da tutti per diritto di nascita, a prescindere dal fatto che uno lavori o no.

Personalmente sospetto che anche il reddito di cittadinanza, in un paese dove ci sono vaste aree nelle quali non c’è domanda di lavoro (in altre parole non ci sono posti di lavoro disponibili) potrebbe trasformarsi in un aiuto assistenzialista di breve respiro.

Il reddito universale proposto da Grillo (con un riflesso più da futurologo che da politico) si basa sul presupposto che si producono anche troppi beni (e questo è assolutamente vero) e che lavoriamo troppo in proporzione alla reale incidenza e produttivitá del nostro lavoro (e anche questo è vero).

Il corollario di questa teoria (ma questa è una mia deduzione) è che, essendo ancora necessario l’intervento dell’uomo nella produzione, nella societá del futuro (in particolare in un paese economicamente e culturalmente povero) si creerebbero due caste: la prima che partecipa alla produzione ed ha in mano le chiavi della tecnologia, della scienza e, indirettamente, dell’ informazione e della cultura; la seconda composta da meri consumatori con una mentalitá parassitaria, che perderebbero ogni stimolo al miglioramento per sé e per i propri figli e che, forse, sarebbero spinti a procreare per percepire un maggiore numero di redditi.

Forse.

Ma forse sto andando fuori dal seminato. Forse sono di malumore e ho dormito male. Forse sto facendo fantascienza. Forse.

28 marzo 2018
POLITICA
DEMOCRAZIA E COLTELLI ELETTRICI


DEMOCRAZIA E COLTELLI ELETTRICI

Ci sono alcun oggetti che, nonostante siano stati inventati migliaia di anni fa continuano ad essere comunemente usati. Tra questi si potrebbe citare, a titolo di esempio, il coltello. Ovviamente sono cambiati nel tempo i materiali con i quali i coltelli sono costruiti. Oggi si usano l’acciaio inox e la plastica, piuttosto che la selce ed il corno, ma, in definitiva, i nostri coltelli sono costituiti da una lama tagliente collegata ad un manico prensile, molto simili, per principio di funzionamento, agli attrezzi che i nostri antenati portavano alla cintura.

Le alternative che nel tempo sono state proposte (i pericolosissimi coltelli elettrici degli anni ’70 o gli innumerevoli aggeggi per affettare che si vendono in televisione) non hanno mai avuto una grande diffusione, per il semplice motivo che sono meno efficienti, ossia non funzionano altrettanto bene.

Lo stesso di può dire, in un certo senso, della democrazia liberale come regime di governo. Si basa su semplici concetti: molti eleggono pochi che li rappresentino e governino in vece loro. Questa scelta è a tempo e deve essere periodicamente rinnovata. Il rinnovo avviene in occasione di grandi e solenni cerimonie pubbliche durante le quali i molti (i cittadini, il popolo) si recano di persona a esprimere il loro voto. Una volta eletti i prescelti svolgono la loro funzione di rappresentanza dovendo rispettare le leggi, ma avendo libertà di esercitare il proprio mandato, come si dice, senza vincoli.

I momenti di democrazia diretta (ossia quelli in cui i molti sono chiamati ad esprimere la propria opinione su questioni di merito), sono presenti, ma limitati a poche occasioni, durante le quali, in generale, ci si esprime su questioni di grande importanza ideologica e sociale. In atre parole la democrazia diretta ha un ruolo residuale e correttivo rispetto a quella rappresentativa.

Nel nostro disgraziato paese c’è chi ha teorizzato niente di meno che la fine della democrazia rappresentativa e di quei soggetti intermedi che, in essa, svolgono una funzione di mediazione tra elettori e istituzioni di governo (partiti polirtici, sindacati) prevedendo e, anzi, auspicando un mondo in cui i cittadini avrebbero, attraverso la rete, gestito da soli il governo partecipando di volta in volta alle decisioni.

Mi chiedo che fine abbiano fatto queste teorie, dato che alla prova dei fatti, i seguaci di chi le ha formulate si sono adattati ai più vetusti rituali della politica tradizionale.

Perché, mi chiedo, non si fanno le coalizionarie? Quale migliore occasione per saggiare le potenzialità della democrazia digitale? Che siano gli elettori dei 5 Stelle a scegliere sulla loro piattaforma con quale partito accordarsi, a quale offrire per primo un’alleanza o a decidere con chi non ci si debba alleare affatto.

Perché non si sono consultati gli elettori prima di votare Fico o la Casellati?

E che fine hanno fatto le dirette streaming, la trasparenza, il ripudio delle trattative segrete e dei rituali della vecchia politica?

Secondo me hanno fatto la fine dei coltelli elettrici e degli affetta frutta. Quando ci si è accorti che non funzionavano o che, peggio, erano pericolosi, li si è riposti in un cassetto e poi dimenticati.

26 marzo 2018
POLITICA
PECCATI VENIALI

PECCATI VENIALI

Marco Travaglio ha rilasciato, in questi giorni, alcune dichiarazioni nelle quali si dice (in estrema sintesi) che, sebbene la Casellati sia abbastanza impresentabile (tutto sommato meno di altri) il Movimento 5 Stelle ha fatto bene (o almeno ha scelto il male minore) votandola come Presidente del Senato. Trattandosi di una carica istituzionale e non di governo è infatti legittimo che si facciano accordi con altre forze politiche e, in particolare, con quelle che hanno ottenuto i risultati migliori alle elezioni (data anche l’indisponibilità cocciuta del PD).

Altro sarebbe, secondo Travaglio, fare un governo insieme al centro destra o anche solo alla Lega, cosa che comporterebbe un grave danno per il Movimento 5 Stelle, che rinnegherebbe tutto quello per cui tanta gente lo ha sostenuto.

Mi pare che la seconda parte delle affermazioni di Travaglio sia difficilmente contestabile, anche se credo che la Lega sia sempre stata un soggetto politico strano, all’interno del quale hanno convissuto due anime: quella populista e antisistema, di Roma ladrona e della lotta contro i vecchi partiti marci e corrotti, che agitava cappi e manette in parlamento e un’altra, che i leghisti hanno venduta al diavolo, nelle vesti nemmeno tanto camuffate di Berlusconi, in cambio di posizioni di potere e del controllo sulle regioni del nord.

Quella prima Lega, che fece la sua fortuna all’inizio degli anni ‘90, non è mai morta del tutto: si è soltanto adattata, si è messa la grisaglia da ministro o da assessore regionale, senza mai rinnegare quell’impulso contestatario che l’aveva portata alla ribalta.

Credo che molti leghisti della prima ora possano largamente riconoscersi in certe posizioni del Movimento 5 Stelle e che non avrebbero poi tanti problemi a farle proprie (non so se lo stesso si può dire del contrario, ma, come Travaglio, propendo per il no).

Sull’opportunità di sostenere la Casellati mi sfugge invece un passaggio: se la si definisce impresentabile ciò significa che il cittadino comune non dovrebbe votarla come senatrice della Repubblica. Non si capisce, dunque, perché i senatori a 5 Stelle avrebbero fatto bene a sostenerla come Presidente del Senato.

Attenzione, dice Travaglio: questo è un peccato veniale, in confronto al patto del Nazareno e alla convergenza con Verdini e compagnia, grazie ai quali il nostro Renzi ha perduto la faccia, prima ancora di perdere le elezioni.

Tutto bene. Il fatto è che il Movimento 5 Stelle ha fatto della lotta agli inciuci e alle manovre di palazzo da basso impero un proprio caposaldo ideologico (per altro avendo, almeno su questo, mille volte ragione) ed ha sostenuto questa ragione (e soprattutto i torti degli altri) con lo sguardo luminoso e trasparente e con il linguaggio nel quel si sentono tutte le iniziali maiuscole, di chi parla e pensa essendosi convinto di essere Portatore di una Verità Superiore.

Da queste premesse ci si aspetta una ferrea coerenza, più da monaci votati al martirio che da abili negoziatori politici.

Invece risiamo alla tolleranza per il piccolo compromesso, all’elogio della furbizia, all’indulgenza per l’errore lieve (peccato di pantalone pronta assoluzione) allo stramaledetto fine che giustifica i mezzi. Risiamo, dunque, alla vecchia e cara politica all’italiana della quale, come si dice dalle mie parti, non se ne pole più.

20 marzo 2018
POLITICA
L'AVENTINO

L'Aventino

In questi ultimi giorni si parla molto della discussione che divide il PD (in realtà se ne parla sempre: è solo questione di scegliere quale verbo utilizzare per variare un po’. Divide il PD? Dilania il PD? Agita il PD? Spacca il PD?).

Il succo della questione è se si debba sostenere un governo con il Movimento 5 Stelle. Mi pare, per altro, che le convinzioni di parecchi dirigenti si stiano cautamente orientando verso il sì.

Personalmente mi chiedo perché dovremmo puntellare un partito che da anni ci dipinge come una massa di gaglioffi, e che, quando eravamo noi ad avere bisogno, ci ha liquidato in meno di mezz’ora, pretendendo, tra l’altro, di farlo in diretta streaming. Ma, anche lasciando perdere semplici questioni di onore (non sia mai che in questo paese si confonda la politica con l’onore) ci sono, a mio parere, solide questioni di merito.

Tanto per fare alcuni esempi: ci siamo convertiti alla visione della democrazia diretta su un sito solo alla Casaleggio? Oppure abbiamo fatte nostre le idee contro l’Unione Europea e contro l’Euro espresse dai grillini in questi anni e appena smorzate dopo la svolta governativa? Vogliamo sostenere questa bufala del reddito di cittadinanza? Oppure crediamo che sia opportuno rivedere le nostre idee sull’obbligo della vaccinazione e, già che ci siamo, fare una sana battaglia contro le scie chimiche?

Quali provvedimenti, che siano coerenti con queste idee, ci sentiamo di sostenere con il nostro voto o con la nostra astensione?

L’argomento dei sostenitori della trattativa è che rischiamo l’isolamento e, come dicono, sarebbe un errore scegliere l’Aventino.

Il parallelismo storico mi sembra molto forzato, perché la situazione è profondamente diversa (non si rischia la dittatura, ma, alle brutte, un ritorno al voto, cosa normale quando non ci sono le condizioni per fare un governo).

Ricorderei, inoltre, che i partiti che scelsero l’Aventino abbandonarono l’aula parlamentare per protesta contro le violenze dei fascisti e il delitto Matteotti. L’alternativa all’Aventino era quella di restare in parlamento e fare opposizione con le prerogative che lo Statuto riconosceva, non certo di fare un governo con i fascisti.


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19 marzo 2018
POLITICA
WALTER ON THE ROAD

WALTER ON THE ROAD

Fa sempre piacere avere notizie del caro Walter Veltroni. È un come quando ti viene a trovare un vecchio amico un po’ maldestro, che ogni volta che ti capita in casa ti rompe il vaso cinese o ti spana il rubinetto del bagno, ma al quale non puoi fare a meno di volere bene.

Negli ultimi giorni il nostro Eroe (perché Walter è Eroe) è intervenuto, non so se richiesto o non richiesto, nel dibattito interno del PD sostenendo che la sinistra ha perso il contatto con il popolo. Poi ha aggiunto che non ci sono più le mezze stagioni, che in centro non si trovano parcheggi e che i mesi migliori per andare in vacanza sono giugno e settembre.

L’affermazione, in effetti, mi pare assai oziosa, ma inconfutabile: se sei in sintonia con il popolo di solito le elezioni le vinci, mentre se le perdi vuol dire che dei bisogni e delle aspettative del popolo non hai capito una mazza.

Quanto alla capacità del Walter di mettersi in sintonia con il popolo non ci si stancherà mai di ricordare il disgraziato referendum contro la pubblicità sulle televisioni private, che spinse tutte le casalinghe italiane, terrorizzate (e non a torto) dall’idea di perdere i loro programmi preferiti, a votare per il Cavaliere.

Si ricorderà poi che egli è stato il solo politico di sinistra a sfidare due volte Berlusconi e a finire due volte al tappeto: la prima volta sostenendo Rutelli da segretario dei DS e la seconda come candidato premier e fresco fondatore del PD, quando se la prese con Rifondazione lasciando a Berlusconi una maggioranza di cento seggi alla camera (sarebbe come uno che letica con il vicino per il volume della televisione mentre i ladri gli svaligiano la casa).

Con questo curriculum alle spalle il nostro ha le carte in regola per dettare la linea alla sinistra in vista di una rinascita: riprendiamo il contatto con il popolo. Magari ogni tanto telefoniamogli, mandiamogli gli auguri per le feste o, visto che viviamo in un mondo tecnologico, chiediamogli l’amicizia su Facebook.

Per certi versi il Walter ricorda certi ex musicisti rock di poco o punto successo, che dopo qualche anno di un lavoro normale e un po’ noioso, tipo impiegato del comune o professore di italiano alle medie, rispolverano la chitarra elettrica, il chiodo di pelle e la motocicletta e partono all’avventura, in cerca dei vecchi amici per rifondare il gruppo.

Noi, come sempre, lo sosteniamo fideisticamente, perché siamo convinti che, prima o poi, il tempo gli darà ragione. Forza, Walter: on the road again.


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