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Curiosità
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26 aprile 2018
POLITICA
CHI DI VAFFA FERISCE...

CHI DI VAFFA FERISCE

L’accanita resistenza con cui gli elettori del PD (che, per una volta, sembrano abbastanza compatti) stanno accogliendo i tentativi di riavvicinamento con il M5S in vista di un possibile governo da fare insieme sembrerebbe, ad un osservatore razionale arrivato ieri da Marte, quasi autolesionista.

Ma come, si potrebbe obiettare, dopo una sconfitta alle elezioni che sembrava tagliarvi fuori dai giochi avete, miracolosamente, un’opportunità di tornare al governo e, quindi, di portare avanti almeno una parte dei vostri programmi, di promuovere gli interessi di chi rappresentate e la buttate al vento per un puerile senso di rancore?

Non sarebbe più corretto, più politico, verificare se ci possono essere convergenze programmatiche sufficienti e, se ci sono, esercitare con senso di responsabilità il di dovere di dare un governo al paese?

Ebbene non è così facile.

Intanto coloro che ci stanno davanti hanno sostenuto in questi anni teorie e proposte politiche da far accapponare la pelle e non sono così sicuro che vi avrebbero rinunciato qualora avessero ottenuto la maggioranza in parlamento. Qualcuno ricorda che questa gente due o tre anni fa distribuiva ai gazebo volantini con scritto usciamo dall’Euro?  Qualcuno ricorda i flirt con Farage? E le posizioni filorusse e contro la NATO?

I nostri interlocutori si sono segnalati, inoltre, come forti sostenitori delle più bislacche teorie complottiste e pseudo scientifiche, dai No vax alla lotta contro le scie chimiche, che sono, a seconda del tema, roba da pazzoidi o da criminali.

Ma c’è, purtroppo, uno scoglio ancora più insormontabile di queste, pur validissime obiezioni. Ossia la cultura del vaffa. Il PD è un partito che avrà i suoi problemi e li avrà pure gestiti male, ma in fondo, è fatto soprattutto di gente si fa il mazzo alle feste dell’Unità e che distribuiva volantini contro Berlusconi quando tanti 5 Stelle si baloccavano con le loro teorie sulle cure alternative contro la psoriasi.

Almeno dalle mie parti è stato così. Gente che per anni si era tenuta alla larga dalla politica, mentre altri (come me) buttavano via la loro gioventù per andare a mettere i volantini contro il Cavaliere nelle cassette della posta, tittidintratto ha scoperto l’impegno civile e si è messa a fare la predica moralistica come se fosse portatrice di chissà quale vangelo (vi ricordate: o noi o loro!). E ci ha offesi, dandoci a tutti, indistintamente, dei ladri e dei mafiosi. E si è sentita in diritto di mandarci a fare in quel posto.

Da parte mia la risposta è questa: se volete fare un governo convincete il vostro amico Salvini, oppure prendete la maggioranza. Se no a cuccia. E vaffa a voi.


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permalink | inviato da long fellow il 26/4/2018 alle 10:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 marzo 2018
POLITICA
DEMOCRAZIA E COLTELLI ELETTRICI


DEMOCRAZIA E COLTELLI ELETTRICI

Ci sono alcun oggetti che, nonostante siano stati inventati migliaia di anni fa continuano ad essere comunemente usati. Tra questi si potrebbe citare, a titolo di esempio, il coltello. Ovviamente sono cambiati nel tempo i materiali con i quali i coltelli sono costruiti. Oggi si usano l’acciaio inox e la plastica, piuttosto che la selce ed il corno, ma, in definitiva, i nostri coltelli sono costituiti da una lama tagliente collegata ad un manico prensile, molto simili, per principio di funzionamento, agli attrezzi che i nostri antenati portavano alla cintura.

Le alternative che nel tempo sono state proposte (i pericolosissimi coltelli elettrici degli anni ’70 o gli innumerevoli aggeggi per affettare che si vendono in televisione) non hanno mai avuto una grande diffusione, per il semplice motivo che sono meno efficienti, ossia non funzionano altrettanto bene.

Lo stesso di può dire, in un certo senso, della democrazia liberale come regime di governo. Si basa su semplici concetti: molti eleggono pochi che li rappresentino e governino in vece loro. Questa scelta è a tempo e deve essere periodicamente rinnovata. Il rinnovo avviene in occasione di grandi e solenni cerimonie pubbliche durante le quali i molti (i cittadini, il popolo) si recano di persona a esprimere il loro voto. Una volta eletti i prescelti svolgono la loro funzione di rappresentanza dovendo rispettare le leggi, ma avendo libertà di esercitare il proprio mandato, come si dice, senza vincoli.

I momenti di democrazia diretta (ossia quelli in cui i molti sono chiamati ad esprimere la propria opinione su questioni di merito), sono presenti, ma limitati a poche occasioni, durante le quali, in generale, ci si esprime su questioni di grande importanza ideologica e sociale. In atre parole la democrazia diretta ha un ruolo residuale e correttivo rispetto a quella rappresentativa.

Nel nostro disgraziato paese c’è chi ha teorizzato niente di meno che la fine della democrazia rappresentativa e di quei soggetti intermedi che, in essa, svolgono una funzione di mediazione tra elettori e istituzioni di governo (partiti polirtici, sindacati) prevedendo e, anzi, auspicando un mondo in cui i cittadini avrebbero, attraverso la rete, gestito da soli il governo partecipando di volta in volta alle decisioni.

Mi chiedo che fine abbiano fatto queste teorie, dato che alla prova dei fatti, i seguaci di chi le ha formulate si sono adattati ai più vetusti rituali della politica tradizionale.

Perché, mi chiedo, non si fanno le coalizionarie? Quale migliore occasione per saggiare le potenzialità della democrazia digitale? Che siano gli elettori dei 5 Stelle a scegliere sulla loro piattaforma con quale partito accordarsi, a quale offrire per primo un’alleanza o a decidere con chi non ci si debba alleare affatto.

Perché non si sono consultati gli elettori prima di votare Fico o la Casellati?

E che fine hanno fatto le dirette streaming, la trasparenza, il ripudio delle trattative segrete e dei rituali della vecchia politica?

Secondo me hanno fatto la fine dei coltelli elettrici e degli affetta frutta. Quando ci si è accorti che non funzionavano o che, peggio, erano pericolosi, li si è riposti in un cassetto e poi dimenticati.

26 marzo 2018
POLITICA
PECCATI VENIALI

PECCATI VENIALI

Marco Travaglio ha rilasciato, in questi giorni, alcune dichiarazioni nelle quali si dice (in estrema sintesi) che, sebbene la Casellati sia abbastanza impresentabile (tutto sommato meno di altri) il Movimento 5 Stelle ha fatto bene (o almeno ha scelto il male minore) votandola come Presidente del Senato. Trattandosi di una carica istituzionale e non di governo è infatti legittimo che si facciano accordi con altre forze politiche e, in particolare, con quelle che hanno ottenuto i risultati migliori alle elezioni (data anche l’indisponibilità cocciuta del PD).

Altro sarebbe, secondo Travaglio, fare un governo insieme al centro destra o anche solo alla Lega, cosa che comporterebbe un grave danno per il Movimento 5 Stelle, che rinnegherebbe tutto quello per cui tanta gente lo ha sostenuto.

Mi pare che la seconda parte delle affermazioni di Travaglio sia difficilmente contestabile, anche se credo che la Lega sia sempre stata un soggetto politico strano, all’interno del quale hanno convissuto due anime: quella populista e antisistema, di Roma ladrona e della lotta contro i vecchi partiti marci e corrotti, che agitava cappi e manette in parlamento e un’altra, che i leghisti hanno venduta al diavolo, nelle vesti nemmeno tanto camuffate di Berlusconi, in cambio di posizioni di potere e del controllo sulle regioni del nord.

Quella prima Lega, che fece la sua fortuna all’inizio degli anni ‘90, non è mai morta del tutto: si è soltanto adattata, si è messa la grisaglia da ministro o da assessore regionale, senza mai rinnegare quell’impulso contestatario che l’aveva portata alla ribalta.

Credo che molti leghisti della prima ora possano largamente riconoscersi in certe posizioni del Movimento 5 Stelle e che non avrebbero poi tanti problemi a farle proprie (non so se lo stesso si può dire del contrario, ma, come Travaglio, propendo per il no).

Sull’opportunità di sostenere la Casellati mi sfugge invece un passaggio: se la si definisce impresentabile ciò significa che il cittadino comune non dovrebbe votarla come senatrice della Repubblica. Non si capisce, dunque, perché i senatori a 5 Stelle avrebbero fatto bene a sostenerla come Presidente del Senato.

Attenzione, dice Travaglio: questo è un peccato veniale, in confronto al patto del Nazareno e alla convergenza con Verdini e compagnia, grazie ai quali il nostro Renzi ha perduto la faccia, prima ancora di perdere le elezioni.

Tutto bene. Il fatto è che il Movimento 5 Stelle ha fatto della lotta agli inciuci e alle manovre di palazzo da basso impero un proprio caposaldo ideologico (per altro avendo, almeno su questo, mille volte ragione) ed ha sostenuto questa ragione (e soprattutto i torti degli altri) con lo sguardo luminoso e trasparente e con il linguaggio nel quel si sentono tutte le iniziali maiuscole, di chi parla e pensa essendosi convinto di essere Portatore di una Verità Superiore.

Da queste premesse ci si aspetta una ferrea coerenza, più da monaci votati al martirio che da abili negoziatori politici.

Invece risiamo alla tolleranza per il piccolo compromesso, all’elogio della furbizia, all’indulgenza per l’errore lieve (peccato di pantalone pronta assoluzione) allo stramaledetto fine che giustifica i mezzi. Risiamo, dunque, alla vecchia e cara politica all’italiana della quale, come si dice dalle mie parti, non se ne pole più.

20 marzo 2018
POLITICA
L'AVENTINO

L'Aventino

In questi ultimi giorni si parla molto della discussione che divide il PD (in realtà se ne parla sempre: è solo questione di scegliere quale verbo utilizzare per variare un po’. Divide il PD? Dilania il PD? Agita il PD? Spacca il PD?).

Il succo della questione è se si debba sostenere un governo con il Movimento 5 Stelle. Mi pare, per altro, che le convinzioni di parecchi dirigenti si stiano cautamente orientando verso il sì.

Personalmente mi chiedo perché dovremmo puntellare un partito che da anni ci dipinge come una massa di gaglioffi, e che, quando eravamo noi ad avere bisogno, ci ha liquidato in meno di mezz’ora, pretendendo, tra l’altro, di farlo in diretta streaming. Ma, anche lasciando perdere semplici questioni di onore (non sia mai che in questo paese si confonda la politica con l’onore) ci sono, a mio parere, solide questioni di merito.

Tanto per fare alcuni esempi: ci siamo convertiti alla visione della democrazia diretta su un sito solo alla Casaleggio? Oppure abbiamo fatte nostre le idee contro l’Unione Europea e contro l’Euro espresse dai grillini in questi anni e appena smorzate dopo la svolta governativa? Vogliamo sostenere questa bufala del reddito di cittadinanza? Oppure crediamo che sia opportuno rivedere le nostre idee sull’obbligo della vaccinazione e, già che ci siamo, fare una sana battaglia contro le scie chimiche?

Quali provvedimenti, che siano coerenti con queste idee, ci sentiamo di sostenere con il nostro voto o con la nostra astensione?

L’argomento dei sostenitori della trattativa è che rischiamo l’isolamento e, come dicono, sarebbe un errore scegliere l’Aventino.

Il parallelismo storico mi sembra molto forzato, perché la situazione è profondamente diversa (non si rischia la dittatura, ma, alle brutte, un ritorno al voto, cosa normale quando non ci sono le condizioni per fare un governo).

Ricorderei, inoltre, che i partiti che scelsero l’Aventino abbandonarono l’aula parlamentare per protesta contro le violenze dei fascisti e il delitto Matteotti. L’alternativa all’Aventino era quella di restare in parlamento e fare opposizione con le prerogative che lo Statuto riconosceva, non certo di fare un governo con i fascisti.


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permalink | inviato da long fellow il 20/3/2018 alle 16:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
19 marzo 2018
POLITICA
WALTER ON THE ROAD

WALTER ON THE ROAD

Fa sempre piacere avere notizie del caro Walter Veltroni. È un come quando ti viene a trovare un vecchio amico un po’ maldestro, che ogni volta che ti capita in casa ti rompe il vaso cinese o ti spana il rubinetto del bagno, ma al quale non puoi fare a meno di volere bene.

Negli ultimi giorni il nostro Eroe (perché Walter è Eroe) è intervenuto, non so se richiesto o non richiesto, nel dibattito interno del PD sostenendo che la sinistra ha perso il contatto con il popolo. Poi ha aggiunto che non ci sono più le mezze stagioni, che in centro non si trovano parcheggi e che i mesi migliori per andare in vacanza sono giugno e settembre.

L’affermazione, in effetti, mi pare assai oziosa, ma inconfutabile: se sei in sintonia con il popolo di solito le elezioni le vinci, mentre se le perdi vuol dire che dei bisogni e delle aspettative del popolo non hai capito una mazza.

Quanto alla capacità del Walter di mettersi in sintonia con il popolo non ci si stancherà mai di ricordare il disgraziato referendum contro la pubblicità sulle televisioni private, che spinse tutte le casalinghe italiane, terrorizzate (e non a torto) dall’idea di perdere i loro programmi preferiti, a votare per il Cavaliere.

Si ricorderà poi che egli è stato il solo politico di sinistra a sfidare due volte Berlusconi e a finire due volte al tappeto: la prima volta sostenendo Rutelli da segretario dei DS e la seconda come candidato premier e fresco fondatore del PD, quando se la prese con Rifondazione lasciando a Berlusconi una maggioranza di cento seggi alla camera (sarebbe come uno che letica con il vicino per il volume della televisione mentre i ladri gli svaligiano la casa).

Con questo curriculum alle spalle il nostro ha le carte in regola per dettare la linea alla sinistra in vista di una rinascita: riprendiamo il contatto con il popolo. Magari ogni tanto telefoniamogli, mandiamogli gli auguri per le feste o, visto che viviamo in un mondo tecnologico, chiediamogli l’amicizia su Facebook.

Per certi versi il Walter ricorda certi ex musicisti rock di poco o punto successo, che dopo qualche anno di un lavoro normale e un po’ noioso, tipo impiegato del comune o professore di italiano alle medie, rispolverano la chitarra elettrica, il chiodo di pelle e la motocicletta e partono all’avventura, in cerca dei vecchi amici per rifondare il gruppo.

Noi, come sempre, lo sosteniamo fideisticamente, perché siamo convinti che, prima o poi, il tempo gli darà ragione. Forza, Walter: on the road again.


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13 marzo 2018
POLITICA
Le cause

LE CAUSE

Un mio caro amico, che purtroppo mi definisce uno pseudo intellettuale di sinistra del cavolo (lui non dice cavolo) mi faceva notare che il famoso reddito di cittadinanza proposto dai 5 Stelle non sarà una soluzione perfetta al problema della povertà, in particolare nel sud, dove vive lui, ma almeno è una soluzione comprensibile, di fronte al grigiore amministrativo e burocratico di una sinistra e di una politica in generale che non dà più risposte a nessuno.

Credo che abbia ragione, ovviamente. E se non siamo capaci di dare risposte è perché, purtroppo, non siamo più capaci di vedere i problemi e di interrogarci sulla loro origine.

A 150 anni e passa dall’unità d’Italia non siamo ancora stati capaci di metabolizzare un concetto molto semplice, e cioè che il ritardo nello sviluppo economico del meridione è diretta e logica conseguenza di politiche assistenzialiste che, semplicemente, sono il veleno che ha intossicato quel pezzo della nostra società.

Il problema dello sviluppo (del meridione come di altre aree arretrate o nelle quali sono in corso processi di deindustrializzazione) lo si risolve se si fanno investimenti nella rete infrastrutturale e telematica, nelle scuole, nelle università, negli ospedali. Solo così si possono attrarre investimenti e, di conseguenza, stimolare processi di sviluppo endogeno.

Un altro problema molto serio che affligge e limita il nostro sviluppo è il livello penosamente basso degli stipendi dei lavoratori in settori produttivi quali l’artigianato o l’agricoltura, tanto che molti italiani preferiscono affidarsi al sussidio di disoccupazione, alla cassa integrazione e ad altre forme assistenzialiste di sostegno al reddito piuttosto che accettare un lavoro sottopagato (non è un caso se nel nostro paese coesistono un grave problema di disoccupazione ed un grave problema di gestione dell’immigrazione).

Uno strumento come il reddito di cittadinanza, sul quale di per sé si potrebbe discutere, funziona se c’è un presupposto, ossia che chi lo percepisce abbia la ragionevole prospettiva di ottenere un posto di lavoro dignitoso e adeguatamente pagato. Dove questo posto di lavoro non c’è il reddito di cittadinanza rischia di essere l’ennesima pezzetta calda con la quale si allevia una sofferenza della quale non si curano le cause.

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IL CANNOCCHIALE