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Curiosità
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8 agosto 2018
TEMPO DI PARLARE

TEMPO DI PARLARE


Non si può più stare zitti. Non si può. Credo che, a questo punto, chiunque abbia un blog letto da quattro gatti, un profilo facebook o qualunque altro modo di comunicare con altre persone abbia il dovere di parlare, di dire come la pensa.

In Italia abbiamo al governo gente che dice che non esiste un problema di razzismo e che, anzi, ad essere discriminati dalla perfida sinistra globalista del pensiero unico sono gli Italiani (parole, abbastanza oscure, di un certo Fontana, che è velatamente fascista e apertamente soggettone, ma che, per qualche strano motivo, pare sia anche un Ministro della Repubblica).

Costoro sono talmente convinti che in Italia non ci sia un problema di razzismo che hanno pure proposto (nella persona del soggetto di cui sopra) di abolire la legge che punisce chi sostiene e fa propaganda ad idee fasciste e razziste.

Ora, a me pare che in questo paese ci siano e si stiano diffondendo un clima di rancore e di astio verso gli immigrati; una tendenza ad addossare a loro la colpa di tutti i problemi, dalla disoccupazione alla delinquenza; una sempre maggiore violenza verbale nei loro confronti (lasciamoli affondare con i barconi e tutto, rimandiamoli a calci al loro paese).

In ultimo ci sono episodi sempre più frequenti di violenza fisica, di aggressività anche e soprattutto contro persone che non danno noia a nessuno e che non fanno nulla di male (come la stragrande maggioranza degli immigrati).

Tutto questo è condito da un sovrappiù di irrazionalità, che se ne infischia di qualunque tesi, anche ragionevole, che venga portata a difesa degli immigrati e, perfino, dei crudi dati statistici, che ci dicono, ad esempio, che il nostro sistema pensionistico non reggerà senza il contributo dei lavoratori stranieri.

Non è più questione di dati e di cifre. É questione di ideologia. E questa ideologia ha un solo nome che è, per l'appunto razzismo.

A questo, paradossalmente, si aggiunge una situazione di fatto nella quale gli immigrati sono sfruttati, asserviti e strumentalizzati da chi intende fare dei soldi sulla loro pelle.

Non dico, ovviamente, che tutti gli Italiani siano razzisti. Io non lo sono. Molti altri la pensano come me. Probabilmente ciascuno di noi, messo di fronte al caso singolo, all'uomo (o alla donna o al bambino) tolto dalla massa e preso nella sua individualità, sarebbe ancora in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Ciò nonostante il numero di coloro che odia gli immigrati come massa informe, che esulta per le loro sofferenze, almeno fino a quando non le vede con i propri occhi, è drammaticamente in crescita.

Per affermare questo non servono statistiche. Basta andare al bar o al supermercato.

La storia giudicherà chi ha diffuso e alimentato questo clima, chi lo cavalca per il proprio tornaconto politico. E giudicherà coloro che erano d'accordo e coloro che, non essendolo, hanno taciuto. È tempo di parlare.

14 maggio 2018
POLITICA
I will survive

I will survive

Quando ero ragazzino mi buttai a sinistra, come diceva Totò, devastato dalla vittoria di Berlusconi del marzo 1994. Non che la cosa giungesse inattesa, i segni premonitori del disastro c’erano tutti: la totale sottovalutazione da parte della sinistra; la penosa confusione che regnava nella gioiosa macchina da guerra del grande Achille Occhetto; l’impressionante modernità (per quei tempi) di una macchina da propaganda alla quale la sinistra non poteva opporre che i vecchi comizi e la distribuzione dell’Unità ai semafori.

Personalmente compresi come sarebbe andata a finire quando, sceso da un treno con un mio conoscente, anche lui studente di Scienze Politiche, fui accolto alla stazione da un mega manifesto col faccione di Berlusconi (era uno dei primi di quella lunga campagna elettorale) e questo tizio (incredibilmente) mi chiese di cosa si trattasse.

Gli spiegai che era un manifesto del nuovo partito fondato da Berlusconi e che personalmente trovavo insopportabile sia il partito che il manifesto, ma il mio amico, in stretto accento del Val d’Arno, mi rispose: invece gli’è dimolto bellino e sai icche’ ti dico? Gli do anche i’vvoto.

Quando Berlusconi vinse mi parve ugualmente incredibile che la rivoluzione di quegli anni (la caduta del muro di Berlino, la nascita di una sinistra democratica sulle ceneri del comunismo, Tangentopoli, Mani Pulite, il crollo dei vecchi partiti) avesse potuto portare a quell’esito, al governo di Berlusconi, di Bossi e di Fini.

Più di tutto, più delle idee che costoro propugnavano (forse non avevo neanche gli strumenti per giudicare) mi offendeva quell’estetica da riunione aziendale, da televendita, quell’inno con le rime forzate che ricordava i jingle pubblicitari dei panettoni, le giacche a doppiopetto, quel modo di rivolgersi alle persone “come se avessero 11 anni”. Tutto questo, lo confesso, mi ripugnava profondamente.

Immaginavo quali danni il Berlusconismo avrebbe potuto fare a questo disgraziato paese e, guardando all’Italia di oggi, posso dire che, almeno in questo, ero perfino troppo ottimista.

Oggi siamo ad un’altra delle mille svolte di questi anni: pare che (forse) ci toccherà un governo di coalizione tra la Lega ed il Movimento 5 Stelle.

Se solo due anni fa mi avessero detto che avremmo avuto un governo di coalizione tra Invasori Venusiani e Adoratori di Satanasso avrei giudicato l’ipotesi più realistica di quello che sta avvenendo oggi.

E, sia ben chiaro, sono molto preoccupato, per me e per i miei figli.

Però ho imparato dal passato che, alla fine, si sopravvive a tutto, magari male, ma si sopravvive. E allora vorrei lanciare un messaggio di speranza.

Fermandosi alla storia dell’Italia unita abbiamo avuto i Savoia, la tassa sul macinato, Crispi, il colonialismo, Bava Beccaris, Giolitti con il trasformismo ed i capibastone, un re alto un metro e un barattolo che ci ha trascinato in una guerra che voleva solo lui e poi vent’anni di Duce, Starace e adunate fasciste, un’altra guerra dove abbiamo preso schiaffi da tutti, la Democrazia Cristiana (e anche il PCI, per certi versi, non scherzava) il terrorismo, le stragi, il sequestro moro, Andreotti e Salvo Lima, il CAF ed il pentapartito, Berlusconi, e, infine, i governi tecnici, Renzi e la Boschi.

Siamo sopravvissuti a tutto questo.

Sopravviveremo anche a Salvini e Di Maio. Non so voi, ma io metto su I will survive.


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permalink | inviato da long fellow il 14/5/2018 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2 maggio 2018
POLITICA
Con il fattore o con i tacchini

Con il fattore o con i tacchini


Da due mesi e passa ci stiamo sorbendo questa commedia dell’arte sul nuovo governo. Commedia sgangherata quanto mai che sembra ormai giunta al finale scontato, ossia che, salvo la inopinata comparsa di qualche governo di tecnici, saggi, professoroni, teste d’uovo o roba cosí, si andrà a nuove elezioni, sperando che ne esca un quadro più chiaro. Intanto tutti i protagonisti tentano, naturalmente, di incolpare gli altri del casino che è venuto fuori.


Ora: mi pare che perfino in questo esercizio di normale e ammuffita routine politica il M5S ed il suo Capo ci mettano un di piú di biliosa acredine, pervasa dalla solita irritantissima pretesa di superioritá morale (detto di passaggio: nessun partito in Italia ha mai avuto un Capo: dopo le ducesche avventure i partiti preferirono sempre nominare un segretario, parola meno impegnativa che sottintendeva la limitatezza del mandato ed il fatto che il vero potere restava in mano agli iscritti, pensa te).


Di tutte le affermazioni fatte dal buon Gigino per spiegare il fallimento del suo disegno, quella che mi crea più perplessità è che la mancata formazione di un governo sarebbe da attribuire al fatto che i vecchi partiti pensano solo al loro orticello e alle poltrone. Ma santo cielo. Di Maio ha proposto un’alleanza ai due partiti più lontani per ideologia e pratica politica: al PD ultra europeista, strenuo difensore dell’Euro, atlantista, promotore dei diritti civili, moderatamente favorevole all’immigrazione, nonché promotore o sostenitore delle leggi che lo stesso M5S vorrebbe abolire (Fornero, Jobs Act); e alla Lega euroscettica, fautrice del ritorno alla sovranitá monetaria, filo russa, favorevole alla famiglia tradizionale e radicalmente contraria all’immigrazione in tutte le sue forme.

Un’indifferenza sui contenuti che dovrebbe quantomeno insospettire: potrá mai essere possibile portare avanti i propri programmi con alleati cosí diversi?


Ma non si tratta di alleanza, dice Gigino. Non sia mai. È un contratto fatto nella massima trasparenza. Mi viene in mente quella barzelletta sul tizio che trova la moglie a letto con un suo amico e questo gli fa: Mario non è come pensi te. Ma anche ammettendo che tra un contratto e una alleanza ci sia una differenza non sará la stessa cosa fare un contratto politico con il fattore o con i tacchini: qualcosa di diverso vorranno, o no?


La sostanza è che il Gigino avrebbe fatto il governo con cani e porci, ad una sola condizione: essere il Presidente del Consiglio. Questa è l’unica cosa sulla quale il nostro non ha mai inteso transigere.

Va bene, per carità, ma, almeno ci si risparmino le solite prediche.


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permalink | inviato da long fellow il 2/5/2018 alle 17:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
26 marzo 2018
POLITICA
PECCATI VENIALI

PECCATI VENIALI

Marco Travaglio ha rilasciato, in questi giorni, alcune dichiarazioni nelle quali si dice (in estrema sintesi) che, sebbene la Casellati sia abbastanza impresentabile (tutto sommato meno di altri) il Movimento 5 Stelle ha fatto bene (o almeno ha scelto il male minore) votandola come Presidente del Senato. Trattandosi di una carica istituzionale e non di governo è infatti legittimo che si facciano accordi con altre forze politiche e, in particolare, con quelle che hanno ottenuto i risultati migliori alle elezioni (data anche l’indisponibilità cocciuta del PD).

Altro sarebbe, secondo Travaglio, fare un governo insieme al centro destra o anche solo alla Lega, cosa che comporterebbe un grave danno per il Movimento 5 Stelle, che rinnegherebbe tutto quello per cui tanta gente lo ha sostenuto.

Mi pare che la seconda parte delle affermazioni di Travaglio sia difficilmente contestabile, anche se credo che la Lega sia sempre stata un soggetto politico strano, all’interno del quale hanno convissuto due anime: quella populista e antisistema, di Roma ladrona e della lotta contro i vecchi partiti marci e corrotti, che agitava cappi e manette in parlamento e un’altra, che i leghisti hanno venduta al diavolo, nelle vesti nemmeno tanto camuffate di Berlusconi, in cambio di posizioni di potere e del controllo sulle regioni del nord.

Quella prima Lega, che fece la sua fortuna all’inizio degli anni ‘90, non è mai morta del tutto: si è soltanto adattata, si è messa la grisaglia da ministro o da assessore regionale, senza mai rinnegare quell’impulso contestatario che l’aveva portata alla ribalta.

Credo che molti leghisti della prima ora possano largamente riconoscersi in certe posizioni del Movimento 5 Stelle e che non avrebbero poi tanti problemi a farle proprie (non so se lo stesso si può dire del contrario, ma, come Travaglio, propendo per il no).

Sull’opportunità di sostenere la Casellati mi sfugge invece un passaggio: se la si definisce impresentabile ciò significa che il cittadino comune non dovrebbe votarla come senatrice della Repubblica. Non si capisce, dunque, perché i senatori a 5 Stelle avrebbero fatto bene a sostenerla come Presidente del Senato.

Attenzione, dice Travaglio: questo è un peccato veniale, in confronto al patto del Nazareno e alla convergenza con Verdini e compagnia, grazie ai quali il nostro Renzi ha perduto la faccia, prima ancora di perdere le elezioni.

Tutto bene. Il fatto è che il Movimento 5 Stelle ha fatto della lotta agli inciuci e alle manovre di palazzo da basso impero un proprio caposaldo ideologico (per altro avendo, almeno su questo, mille volte ragione) ed ha sostenuto questa ragione (e soprattutto i torti degli altri) con lo sguardo luminoso e trasparente e con il linguaggio nel quel si sentono tutte le iniziali maiuscole, di chi parla e pensa essendosi convinto di essere Portatore di una Verità Superiore.

Da queste premesse ci si aspetta una ferrea coerenza, più da monaci votati al martirio che da abili negoziatori politici.

Invece risiamo alla tolleranza per il piccolo compromesso, all’elogio della furbizia, all’indulgenza per l’errore lieve (peccato di pantalone pronta assoluzione) allo stramaledetto fine che giustifica i mezzi. Risiamo, dunque, alla vecchia e cara politica all’italiana della quale, come si dice dalle mie parti, non se ne pole più.

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IL CANNOCCHIALE