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Curiosità
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14 maggio 2018
POLITICA
I will survive

I will survive

Quando ero ragazzino mi buttai a sinistra, come diceva Totò, devastato dalla vittoria di Berlusconi del marzo 1994. Non che la cosa giungesse inattesa, i segni premonitori del disastro c’erano tutti: la totale sottovalutazione da parte della sinistra; la penosa confusione che regnava nella gioiosa macchina da guerra del grande Achille Occhetto; l’impressionante modernità (per quei tempi) di una macchina da propaganda alla quale la sinistra non poteva opporre che i vecchi comizi e la distribuzione dell’Unità ai semafori.

Personalmente compresi come sarebbe andata a finire quando, sceso da un treno con un mio conoscente, anche lui studente di Scienze Politiche, fui accolto alla stazione da un mega manifesto col faccione di Berlusconi (era uno dei primi di quella lunga campagna elettorale) e questo tizio (incredibilmente) mi chiese di cosa si trattasse.

Gli spiegai che era un manifesto del nuovo partito fondato da Berlusconi e che personalmente trovavo insopportabile sia il partito che il manifesto, ma il mio amico, in stretto accento del Val d’Arno, mi rispose: invece gli’è dimolto bellino e sai icche’ ti dico? Gli do anche i’vvoto.

Quando Berlusconi vinse mi parve ugualmente incredibile che la rivoluzione di quegli anni (la caduta del muro di Berlino, la nascita di una sinistra democratica sulle ceneri del comunismo, Tangentopoli, Mani Pulite, il crollo dei vecchi partiti) avesse potuto portare a quell’esito, al governo di Berlusconi, di Bossi e di Fini.

Più di tutto, più delle idee che costoro propugnavano (forse non avevo neanche gli strumenti per giudicare) mi offendeva quell’estetica da riunione aziendale, da televendita, quell’inno con le rime forzate che ricordava i jingle pubblicitari dei panettoni, le giacche a doppiopetto, quel modo di rivolgersi alle persone “come se avessero 11 anni”. Tutto questo, lo confesso, mi ripugnava profondamente.

Immaginavo quali danni il Berlusconismo avrebbe potuto fare a questo disgraziato paese e, guardando all’Italia di oggi, posso dire che, almeno in questo, ero perfino troppo ottimista.

Oggi siamo ad un’altra delle mille svolte di questi anni: pare che (forse) ci toccherà un governo di coalizione tra la Lega ed il Movimento 5 Stelle.

Se solo due anni fa mi avessero detto che avremmo avuto un governo di coalizione tra Invasori Venusiani e Adoratori di Satanasso avrei giudicato l’ipotesi più realistica di quello che sta avvenendo oggi.

E, sia ben chiaro, sono molto preoccupato, per me e per i miei figli.

Però ho imparato dal passato che, alla fine, si sopravvive a tutto, magari male, ma si sopravvive. E allora vorrei lanciare un messaggio di speranza.

Fermandosi alla storia dell’Italia unita abbiamo avuto i Savoia, la tassa sul macinato, Crispi, il colonialismo, Bava Beccaris, Giolitti con il trasformismo ed i capibastone, un re alto un metro e un barattolo che ci ha trascinato in una guerra che voleva solo lui e poi vent’anni di Duce, Starace e adunate fasciste, un’altra guerra dove abbiamo preso schiaffi da tutti, la Democrazia Cristiana (e anche il PCI, per certi versi, non scherzava) il terrorismo, le stragi, il sequestro moro, Andreotti e Salvo Lima, il CAF ed il pentapartito, Berlusconi, e, infine, i governi tecnici, Renzi e la Boschi.

Siamo sopravvissuti a tutto questo.

Sopravviveremo anche a Salvini e Di Maio. Non so voi, ma io metto su I will survive.


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permalink | inviato da long fellow il 14/5/2018 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2 maggio 2018
POLITICA
Con il fattore o con i tacchini

Con il fattore o con i tacchini


Da due mesi e passa ci stiamo sorbendo questa commedia dell’arte sul nuovo governo. Commedia sgangherata quanto mai che sembra ormai giunta al finale scontato, ossia che, salvo la inopinata comparsa di qualche governo di tecnici, saggi, professoroni, teste d’uovo o roba cosí, si andrà a nuove elezioni, sperando che ne esca un quadro più chiaro. Intanto tutti i protagonisti tentano, naturalmente, di incolpare gli altri del casino che è venuto fuori.


Ora: mi pare che perfino in questo esercizio di normale e ammuffita routine politica il M5S ed il suo Capo ci mettano un di piú di biliosa acredine, pervasa dalla solita irritantissima pretesa di superioritá morale (detto di passaggio: nessun partito in Italia ha mai avuto un Capo: dopo le ducesche avventure i partiti preferirono sempre nominare un segretario, parola meno impegnativa che sottintendeva la limitatezza del mandato ed il fatto che il vero potere restava in mano agli iscritti, pensa te).


Di tutte le affermazioni fatte dal buon Gigino per spiegare il fallimento del suo disegno, quella che mi crea più perplessità è che la mancata formazione di un governo sarebbe da attribuire al fatto che i vecchi partiti pensano solo al loro orticello e alle poltrone. Ma santo cielo. Di Maio ha proposto un’alleanza ai due partiti più lontani per ideologia e pratica politica: al PD ultra europeista, strenuo difensore dell’Euro, atlantista, promotore dei diritti civili, moderatamente favorevole all’immigrazione, nonché promotore o sostenitore delle leggi che lo stesso M5S vorrebbe abolire (Fornero, Jobs Act); e alla Lega euroscettica, fautrice del ritorno alla sovranitá monetaria, filo russa, favorevole alla famiglia tradizionale e radicalmente contraria all’immigrazione in tutte le sue forme.

Un’indifferenza sui contenuti che dovrebbe quantomeno insospettire: potrá mai essere possibile portare avanti i propri programmi con alleati cosí diversi?


Ma non si tratta di alleanza, dice Gigino. Non sia mai. È un contratto fatto nella massima trasparenza. Mi viene in mente quella barzelletta sul tizio che trova la moglie a letto con un suo amico e questo gli fa: Mario non è come pensi te. Ma anche ammettendo che tra un contratto e una alleanza ci sia una differenza non sará la stessa cosa fare un contratto politico con il fattore o con i tacchini: qualcosa di diverso vorranno, o no?


La sostanza è che il Gigino avrebbe fatto il governo con cani e porci, ad una sola condizione: essere il Presidente del Consiglio. Questa è l’unica cosa sulla quale il nostro non ha mai inteso transigere.

Va bene, per carità, ma, almeno ci si risparmino le solite prediche.


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permalink | inviato da long fellow il 2/5/2018 alle 17:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
4 aprile 2018
POLITICA
LE RUSPE

LE RUSPE

Salvini ha rispolverato, dopo un po’ di tempo, il suo tormentone sulle ruspe da mandare contro i campi Rom. Il casus belli è stata la rivolta, avvenuta in un campo di Roma a fronte del tentativo della polizia di intervenire per arrestare dei ladri.

Salvini ha ragione.

Se vogliamo costruire una società multietnica e multirazziale dobbiamo partire da un presupposto che non è di destra e non è di sinistra, ma è pre politico ed è alla base di qualsiasi ordinamento giuridico moderno e liberale, ossia che la legge è uguale per tutti.

È uguale nel concedere a tutti le stesse libertà e gli stessi diritti, in materia di religione, di convinzioni morali e politiche ed è uguale nel richiedere a tutti il rispetto delle stesse regole.

Se dovessi smettere di portare i miei figli a scuola, se li facessi vivere in condizioni igieniche atroci, se li facessi partecipare regolarmente ad attività illegali, quali piccoli furti ed accattonaggio dopo pochi mesi me li toglierebbero e li affiderebbero a qualche istituto e farebbero bene.

Ciò che a me, come cittadino italiano (ma anche a qualsiasi straniero non nomade che viva in questo paese) è giustamente proibito è invece concesso, di fatto, a decine di famiglie nomadi, i cui figli sono costretti a compiere atti criminali, privati dell’istruzione, sottoposti a condizioni di vita inaccettabili e ciò in nome di un assurdo principio di relativismo culturale che giustifica tutto questo perché “fanno parte di una cultura diversa”.

Personalmente sarei disposto, pur di risolvere il problema, a sostenere politiche di affirmative action, cioè tese a favorire quel particolare gruppo sociale garantendo vie preferenziali per l’inserimento nel mondo del lavoro degli adulti, l’accesso alla casa, il diritto alla scuola per i figli e quanto altro sia necessario a rimuovere gli ostacoli che ne impediscono l’integrazione nella nostra società. In questo credo di avere idee diverse dal Salvini.

Per il resto bisogna fare l’interesse dei minorenni nomadi, per i quali quella vita non è una scelta, ma una costrizione, bisogna punire i criminali e riportare la legalità dove questa sia messa a repentaglio, con le buone, se possibile, con le ruspe, se necessario.


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permalink | inviato da long fellow il 4/4/2018 alle 13:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 novembre 2016
politica interna
IL TRUMPONE ITALIANO
IL TRUMPONE ITALIANO

Tra tutti i personaggi di varia umanità che popolano la scena politica italiana (mai metafora fu più azzeccata) quello che mi interessa di più (tranne l'inarrivabile Walter, del quale non mi stancherei mai di scrivere) è il mitico Matteo Salvini da Milano.
Il Salvini è uno dei numerosi politici italiani che sono riusciti ad avere un certo successo nella loro attività senza aver mai lavorato un giorno in vita loro e, per altro, avendo alle spalle un percorso di studi quanto meno difficile (il Salvini si è arreso a cinque esami dalla laurea).
L'aspetto e l'eloquio farebbero di lui un perfetto avventore di uno di questi barrini di periferia dove la gente si riunisce per l'aperitivo. Non l'apericena da fighetti, però, ma quello classico da strapaese, riservato rigorosamente a maschi dai venti ai sessant'anni, che amano consumare un prosecchino corretto al campari con il gomito appoggiato al bancone e le noccioline in mano.
In questo habitat, nel quale si trovano generalmente l'esperto di pallone, quello di motori e quello di donne, il Salvini reggerebbe benissimo la parte di quello che le spara grosse.
Si parla della Merkel (generalmente in modo poco lusinghiero, commentandone la scarsa avvenenza) e viene fuori il Salvini che, come il solito, la sa lunga e spara: lo so io cosa si dovrebbe fare. Bisognerebbe uscire dall'Europa. E tutti: ma va là, ma va a da via i ciap.
Il barista concione dell'Euro che ci avrebbe mandati tutti a ramengo e viene fuori il Salvini: ve lo dico io che si fa. Rimettiamo la vecchia liretta e vedrai che si risolvono tutti i problemi. E tutti: ma va là, ma va da via el cul.
A quel punto il nostro si metterebbe a provolare con la cassiera, pagherebbe il conto e, dopo aver salutato la compagnia, se ne andrebbe con il suo vespino 50.
Messo in questo contesto lo troverei congruo e perfino simpatico.
Invece è al Parlamento europeo e le sue idee (uscire dall'Unione Europea, uscire dall'Euro) sono prese sul serio da milioni di persone.
Dalle ultime dichiarazioni sembra che il Nostro voglia proporsi come il Trump italiano e sostiene che intende applicare il suo programma nel nostro disgraziato paese. Spero, almeno, che lo applichi mutatis mutandis. Ad esempio la celebre idea di Trump di costruire un muro alla frontiera, se presa alla lettera, da noi è scarsamente applicabile, in quanto i clandestini arrivano via mare. A meno di non costruire un muro al confine con la Svizzera, visto che anche loro sono extracomunitari. In più ci sarebbe di buono che gli Svizzeri, al contrario dei messicani, sarebbero ben contenti di pagarlo. Per non far passare noi.

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permalink | inviato da long fellow il 18/11/2016 alle 18:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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IL CANNOCCHIALE