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2 settembre 2018
POLITICA
RIECCOLI

Riéccoli

Dopo il risultato disastroso delle ultime elezioni, dopo che è nata l'alleanza tra Cinque stelle e Lega e, di conseguenza, un governo che è di gran lunga il peggiore che ci potesse capitare, avevo deciso di prendere la tessera del PD (o meglio di riprenderla, visto che in passato sono stato iscritto) fosse solo per non dovermi rimproverare, un giorno, di non aver fatto nulla nel momento in cui il mio paese rischiava la rovina, materiale e morale.

Per ora la tessera non l'ho presa e due eventi di questi giorni, uno di risonanza solo locale ed uno di cui si è letto sui giornali nazionali mi hanno ricordato il motivo per cui, alcuni anni fa, decisi di non rinnovarla.

La notizia locale è questa: nella mia città si organizza una (sempre più piccola) festa dell'Unità, che, nel mondo delle notizie in tempo reale e dei social network ha il sapore vagamente vintage di certi liquori che si offrivano una volta, tipo il Vov o il rosolio. Rientra, insomma, tra le buone cose di pessimo gusto come la gondola veneziana con le lucine e i centrini all'uncinetto. Quest'anno l'evento principale è una iniziativa (da quanto tempo non scrivevo questa parola) con l'onorevole Minniti.

In questo paese, da mesi, si va blaterando di una emergenza immigrazione, il che dà modo all'attuale Ministro degli Interni di sfoderare il manganello contro i migranti riscuotendo il plauso delle masse spaventate.

A quelle masse spaventate sarebbe bene che la sinistra raccontasse una storia diversa. Potrebbe provare, ad esempio, a raccontare la verità, ossia che non c'è alcuna emergenza, che dobbiamo distinguere i profughi dagli immigrati mossi da ragioni economiche, che l'immigrazione è, in una certa misura, necessaria ed utile alla nostra società e che per combattere i fenomeni criminali che ad essa sono legati, dal commercio abusivo al caporalato, dobbiamo governarla, ma che non possiamo arrestarla.

Ora: se c'è uno che questo non può farlo è l'onorevole Minniti, il quale, da Ministro dell'Interno, ha promosso non una politica dell'immigrazione, ma una politica contro l'immigrazione. Il nocciolo di tale politica era un accordo con la Libia per fermare i migranti prima che prendessero il mare sui barconi, il che è, in linea di principio, un'idea accettabile, se non fosse che la Libia non è più uno stato, ma una specie di terra di nessuno contesa tra due governi e da un numero imprecisato di milizie tribali, signori della guerra e bande criminali.

Il risultato è stato che i campi di raccolta sono sfuggiti ad ogni controllo del governo italiano e delle organizzazioni internazionali, diventando, secondo numerose testimonianze, una sorta di lager dove i migranti venivano imprigionati e torturati e le donne, in particolare, sistematicamente violentate.

Anche sorvolando sulle disastrose conseguenze umanitarie di queste scelte, esse hanno, tra l'altro, aperto la strada alle idee  e alle politiche razziste di Salvini.

Chi chiamare, dunque, a parlare alla gente, nel momento in cui l'immigrazione diventa un tema centrale nel dibattito politico? A chi affidare il compito di illustrare una visione del mondo, una prospettiva diverse da quelle che prevalgono attualmente?

Minniti, naturalmente.

L'altro evento che mi ha fatto dubitare della mia decisione di iscrivermi al PD (ma non rinunciare) è stata la dichiarazione rilasciata da Zingaretti, auto – candidatosi alla segreteria per un congresso che non si sa se e quando si farà, che non esclude (chissà cosa vuol dire) che il PD possa cambiare nome. Per chiamarsi come? Partito social democratico? Movimento sei stelle? Peppe?

Su questo non è necessaria alcuna riflessione. Basta immaginare Zingaretti che dice “Montalbano sono” e farsi una risata.


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